Icona della Madre di Dio di Lydda (Lidskaja)
o “la Romana” (Rimskaja)
Commemorata il 26 giugno ed il 12 marzo
Roma, basilica di Santa Maria Maggiore, Icona della Salus Populi Romani secondo la tradizione copia di un’icona della Madre di Dio di Lydda
La miracolosa Icona di Lydda è menzionata nell’ufficiatura per l’icona di Kazan (8 luglio e 22 ottobre) nella terza Ode del Canone. Le più antiche fonti sull’Icona di Lydda sono un documento attribuito a sant’Andrea di Creta nel 726, una lettera scritta dai tre Patriarchi orientali a Teofilo imperatore iconoclasta nell’839, e un lavoro di Giorgio il Monaco dell’886.
Secondo la tradizione, mentre gli apostoli Pietro e Giovanni stavano predicando a Lydda (in seguito chiamata Diospolis), vicino a Gerusalemme, costruirono una chiesa dedicata alla Santissima Madre di Dio; in seguito tornati a Gerusalemme chiesero alla Panagia di venire a santificare la Chiesa con la sua presenza. Lei li rimandò a Lydda e disse: “Andate in pace, e io sarò lì con voi”. Giunti a Lydda, trovarono un’icona della Vergine “acheropita” (non fatta da mano d’uomo) impressa in colori sulla parete della chiesa (alcune fonti dicono che l’immagine era su un pilastro). Allora la Madre di Dio apparve rallegrando quanti si erano lì radunati. Benedisse l’icona e le conferì il potere di operare miracoli[1].
Nel IV secolo Giuliano l’Apostata, dopo aver sentito parlare dell’icona cercò di distruggerla. Inviò dei muratori che con strumenti taglienti scheggiarono l’immagine ma, nonostante i tentativi, sembrò loro che la pittura e le linee penetrassero più a fondo nella pietra. Così coloro che l’imperatore aveva inviato non furono in grado di distruggere l’icona. Quando si diffuse la notizia di questo miracolo, migliaia di persone si recarono a venerare l’icona.
Mosca, icona della Madre di Dio “Benedetto il Cielo” sull’iconostasi della cattedrale Arkhanghelski (dell’Arcangelo Michele) al Cremlino
Nel secolo VIII, san Germano, futuro Patriarca di Costantinopoli, passato per Lydda, vi fece fare una copia dell’icona che portò con sé a Costantinopoli. In seguito, durante la controversia iconoclasta, san Germano, a causa della sua fede iconodula, venne scacciato dalla sede di Nuova Roma dall’imperatore Leone Isaurico. Per porre in salvo la sacra icona di Lydda il patriarca la inviò a Roma antica. Stando alla leggenda egli avrebbe affidato l’icona alle acque del mare insieme ad una lettera indirizzata al vescovo di Roma; sospinta dalle onde in un solo giorno l’icona raggiunse l’Italia e, trasportata dal Tevere, giunse a Roma, ove fu collocata nella basilica di san Pietro, rivelandosi fonte di molte guarigioni. Nell’842 l’icona di san Germano fu restituita a Costantinopoli, dove il nuovo patriarca, il siracusano san Metodio, la trasferì solennemente nella chiesa della Theotokos di Chalkoprateia (Θεοτόκος των Χαλκοπρατείων), il santuario dove in una cassetta-reliquiario era custodita la cintura della Madre di Dio[2]. Da allora l’icona venne invocata con l’appellativo di “Romaia” (η Ρωμαία) ovvero “la Romana”. L’esistenza dell’icona era ancora attestata dopo il IX secolo.
Icona nella chiesa del monastero Ortodosso
Etiope di Na’akuto La’ab, XIII sec.
La tradizione italiana riguardo all’icona di Lydda ci tramanda che, prima della restituzione a Costantinopoli, i cristiani di Roma ne fecero dipingere una copia che rimanesse nella loro città. Tale icona venne collocata presso la basilica di Santa Maria ad Nives (Santa Maria Maggiore), dove era inizialmente venerata col titolo di “Regina Caeli” e in seguito di “Salus Populi Romani”. Nel IX secolo nella Chiesa Romana era usanza che nella notte del 15 agosto l’icona acheropita del Salvatore venisse processionalmente recata dalla basilica di san Giovanni in Laterano fino alla basilica liberiana, dove avveniva l’incontro con l’icona della Madre di Dio nel giorno solenne della sua santa Dormizione.
Numerose sono le riproduzioni dell’icona di Lydda anche nella Chiesa Ortodossa di Etiopia. Secondo Monneret de Villard il modello iconografico originario sarebbe riconducibile all’icona della “Salus Populi Romani”, introdotta in Etiopia dai missionari gesuiti nel XVII secolo durante la colonizzazione portoghese, tuttavia non tutti i critici accettano tale ipotesi.
Presente anche in Russia, la tipologia iconografica della Rimskaja è stata alla base di altre antiche e veneratissime icone, molte delle quali purtroppo furono distrutte durante gli anni bui della tirannide sovietica.
Testo a cura di © Tradizione Cristiana
Immagini:
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[1] Gli Atti degli apostoli (9, 32-35) ci informano che, poco dopo la conversione di san Paolo, l’apostolo Pietro si era recato a Lydda per visitare un gruppo di fedeli, e lì nel nome di Gesù aveva guarito Enea il paralitico. Verosimilmente la costruzione della chiesa di Lydda, di cui parla il nostro testo, va intesa più sul piano ecclesiologico che architettonico, quindi il racconto è più una reliquia della testimonianza di quella comunità cristiana, relativa oltre che al ricordo della predicazione dei due apostoli, anche a quello della presenza viva della Madre di Dio in essa (cfr. Atti 1, 14), presenza che a Lydda, dopo la gloriosa Dormizione fu perpetuata attraverso la sua icona.
[2] Sul coperchio del reliquiario della “santa cintura” era raffigurata la Panagia Agiosoritissa (la Panagia della Santa Cassa), il cui modello iconografico è conosciuto in occidente come “Advocata”. Stando alle fonti la reliquia e l’icona della Agiosoritissa si trovavano già nella chiesa di Chalkoprateia all’arrivo dell’icona “Romana”; inoltre il racconto sul viaggio dell’icona di “Maria Romaia”, conservato in un manoscritto dell’XI-XII sec. (Pargi, Bibliothèque nationale, gr. 1474), parla di un’icona dell’Odigitria e non dell’Advocata.