L’UNIONE CON DIO
del vescovo Kallistos Ware
Il metodo apofatico, che sia nei nostri discorsi teologici che nella nostra vita di preghiera, riveste un carattere apparentemente negativo; tuttavia, in ultima analisi, è estremamente positivo. Il fatto di lasciare da parte i pensieri e le immagini conduce non alla vacuità, ma ad una pienezza che supera tutto ciò che lo spirito umano può concepire o esprimere. La via della negazione somiglia meno al modo di pelare una cipolla che alla scultura di una statua. Quando peliamo una cipolla, togliamo una buccia dopo l’altra; se continuiamo, arriverà un momento in cui non ci sarà più la cipolla; per finire non avremo più nulla tra le mani. Al contrario, lo scultore che taglia un blocco di marmo, rompe il suo materiale per uno scopo positivo; non riduce la pietra in un mucchio di pezzi casuali, ma, con la sua azione apparentemente distruttiva, ne fa emergere una forma intelligibile.
Lo stesso dicasi, su un piano più elevato, con il nostro uso dell’apofatismo: neghiamo per affermare. Dichiariamo che una cosa non è per potere dire che è. La via della negazione diventa quella della “superaffermazione”. L’abbandono delle parole e dei concetti funge da pedana o da trampolino, da cui noi ci tuffiamo nel mistero divino. La teologia apofatica, nel vero e pieno senso del termine, ci conduce non verso un’assenza ma verso una presenza, non verso l’agnosticismo ma verso un’unione di amore. Ecco perché la teologia apofatica è molto più di un esercizio puramente verbale, dove compenseremmo dichiarazioni positive con negazioni. Il suo scopo è di portarci ad un incontro diretto con il Dio personale, che è ben al di là di tutto ciò che possiamo dire di lui, che sia negativo o positivo.
Quest’unione d’amore che costituisce il fine vero dell’approccio apofatico è un’unione con Dio nelle sue energie, e non nella sua essenza. Se ci ricordiamo di ciò che è stato detto sulla Trinità e sull’Incarnazione, è possibile distinguere tre tipi d’unione.
In primo luogo, esiste tra le tre persone della Trinità un’unione secondo l’essenza: il Padre, il Figlio e il Santo Spirito sono “uno in essenza”. Tuttavia, tale unione non esiste tra Dio ed i santi. Benché “divinizzati” o “deificati”, i santi non diventano membri addizionali della Trinità. Dio resta Dio, e l’uomo resta l’uomo. L’uomo diventa dio per Grazia, ma non Dio in essenza. La distinzione tra Creatore e creatura continua: è riempita dall’amore reciproco, ma non abolita. Rendendosi così vicino all’uomo, Dio rimarrà sempre il “Totalmente altro”.
Indi, esiste tra la natura divina e la natura umana di Cristo incarnato un’unione secondo l’ipostasi, un’unione “ipostatica” o personale. Divinità ed umanità sono così strettamente legate nel Cristo che costituiscono o appartengono ad una sola persona. Anche in questo caso, l’unione tra Dio ed i santi non è di quest’ordine. Nell’unione mistica tra Dio e l’anima, ci sono due persone e non una sola – o, più esattamente, quattro persone: una persona umana e le tre persone divine dell’indivisibile Trinità. È una relazione “io-tu”: il “tu” resta “tu”, così vicino all’altro come fosse “io”. I santi sono immersi nell’abisso dell’amore divino, ma non inghiottiti. La “cristificazione” non significa l’annichilazione. Nel secolo che verrà, Dio sarà “tutto in tutti” (1 Corinzi 15, 28), ma Pietro resterà Pietro, Paolo resterà Paolo, Filippo resterà Filippo. “Ciascuno conserverà la sua natura e la sua propria identità personale, ma tutti saranno riempiti dello Spirito”, leggiamo nelle Omelie di san Macario (XV, 10).
Infine, l’unione tra Dio e gli altri esseri umani non ha creato né un’unione secondo l’essenza né un’unione secondo l’ipostasi, è dunque un’unione secondo l’energia. I santi non diventano Dio per essenza né una sola persona con Dio, ma partecipano alle energie di Dio, cioè alla sua vita, alla sua potenza, alla sua grazia ed alla sua gloria. Le energie, l’abbiamo detto, non devono essere “oggettivate” o essere osservate come intermediarie tra Dio e l’uomo, una “cosa” o un dono che Dio accorda alla sua creazione. Le energie sono realmente Dio stesso, non Dio così come esiste in sé stesso, nella sua vita interna, ma Dio così come si comunica Egli stesso nel suo amore che si diffonde. Colui che partecipa alle energie di Dio incontra Dio stesso, faccia a faccia, attraverso un’unione d’amore diretta e personale, nella misura in cui un essere creato ne è capace. Dire che l’uomo partecipa alle energie ma non all’essenza di Dio, è dire che può esistere tra l’uomo e Dio un’unione ma non una confusione; è affermare, nel modo più letterale e categorico, che “la vita di Dio è la mia”, pur respingendo allo stesso tempo il panteismo. Affermiamo la vicinanza di Dio pur proclamando la sua alterità.
Tratto da: Mgr Kallistos Ware, Approches de Dieu dans la voie orthodoxe, Cerf/Le sel de la terre, 2004.
Traduzione a cura di © Tradizione Cristiana