L’ESCATOLOGIA
di G. F.
Non vi è uomo che non si chieda quotidianamente quale sarà dopo morte la propria sorte, sia come individuo sia come specie umana; e non si chieda quale sarà la sorte dell’universo in cui l’uomo abita. L’Escatologia dà la risposta cristiana a questo quesito, secondo i dati della Rivelazione.
Il termine deriva da έσχατον (ultimo) e indica, perciò, la dottrina, la fede, sulle ultime verità. Molti Padri e scrittori ecclesiastici usano anche i termini συντέλεια του αιώνος (compimento, consumazione del secolo); τέλος των πάντων (fine di tutto) usando la fraseologia di Matteo XIII, 40 e 49; e anche η δόξα του κόσμου, του αιώνος, των πάντων (la gloria del mondo, del secolo, di tutto) ecc., sempre nel senso biblico. L’Escatologia comprende, dunque, tre parti: la fine terrena e la sorte ultraterrena dell’individuo, del genere umano e dell’universo materiale creato.
Tutti i popoli, di tutti i tempi, hanno avuto una loro concezione escatologica. E alcuni di più antica civiltà nel Mediterraneo, come ad es. gli Egiziani, hanno anche creduto nella resurrezione dei corpi con premio dei buoni e castigo dei malvagi. Le concezioni di alcuni pensatori asiatici dell’assorbimento dell’individuo nello spirito universale, dopo la morte terrena e la catarsi, sono ignote nel Mediterraneo. Nel mondo greco-romano l’immortalità dell’anima e la vita dell’aldilà sono universalmente professate. Non così la resurrezione dei corpi, come questa viene intesa dal cristianesimo. Quando la predicazione evangelica iniziò a diffondersi nel Mediterraneo, assai comune era nelle scuole filosofiche l’insegnamento neo-platonico della purificazione dell’anima attraverso la vita del corpo materiale, o le vite successive, fino all’abbandono definitivo di questo, in quanto materia, per l’unione con Dio, unione puramente spirituale, cioè del solo spirito, allo Spirituale, Dio, sommo purissimo Spirito. Si escludeva, quindi, la resurrezione della carne, come appare anche dai fatti accaduti ad Atene, durante la predica paolina sull’Aeropago (Atti XVII, 30-32). La dottrina cristiana, su questo tema, è originale. Ma non solo nella filosofia greco-romana, ma anche tra le popolazioni di ogni estrazione sociale, il culto dei morti e la credenza nella loro sopravvivenza erano universali. I Greci celebravano le feste Antesterie in omaggio ai defunti e i Romani avevano il culto agli dei Manes, che erano in origine le anime dei trapassati. Anche la fine del mondo materiale, preceduta da segni premonitori e seguita dal giudizio divino e dalla rinnovazione di ogni cosa nella loro perfezione originaria, non erano concetti sconosciuti. Gli stoici, in particolare, li insegnavano apertamente.
L’Islam dà grande peso alla dottrina escatologica. Si può dire che questa sia la dottrina fondamentale del Corano. Essa non ha, però, nulla di originale, perché tutto quanto dice proviene dagli insegnamenti giudaici o cristiani: la morte, il giudizio, la fine del mondo, il premio o il castigo eterno, sono dottrine comuni anche ai maomettani. Proprie sono alcune concezioni popolari sulla beatitudine eterna, intesa in senso grossolanamente materiale, come appagamento di tutti i sensi.
L’Antico Testamento afferma già le verità rivelate che si riferiscono alla dottrina escatologica. Ma ciò risulta piuttosto dalla lettura spirituale dei testi sacri, più che da quella letterale. Con la Rivelazione del Nuovo Testamento, la tradizione cristiana antica interpreta le visioni profetiche antiche assai meglio di quanto avrebbe potuto fare la tradizione ebraica. Nell’Antica Legge la Rivelazione è avvenuta per mezzo di simboli, che attendono il loro compimento nella realtà futura. Il Vecchio Testamento è periodo di preparazione; il suo aspetto è, quindi, necessariamente imperfetto. La tradizione ebraica non sempre, perciò, comprese tutte le rivelazioni descritte dagli scrittori sacri e gli avvenimenti futuri nella loro vera realtà. L’escatologia enunciata dalla Scrittura come compimento messianico della salvezza, nel pensiero ebraico non esce fuori della storia di quel popolo, dal suo aspetto temporale e materiale, per cui “la pienezza dei tempi” per gli Ebrei, al tempo della vita terrena del Redentore, significava il trionfo terreno atteso di Israele e nulla più. Ma il Salvatore rimprovera ripetutamente l’errata interpretazione delle Scritture.
Il tempo del Messia è tempo dello spirito, perciò, passata la fase preparatoria dell’Antica Legge, nel Nuovo Testamento siamo già al suo compimento. Non più tempo di simboli e di figure, ma della realtà. Il mistero di Dio, nascosto da secoli, viene immesso nel tempo, che si ricongiunge all’eternità come inizio. Perciò nel Nuovo Testamento l’escatologia ha, nello stesso tempo, significato e valore di presente e di futuro. Con la morte e la resurrezione del Cristo, ogni battezzato muore e risorge con Lui, perché la Pentecoste, il Santo Spirito, opera l’incorporazione in Lui e l’uomo ottiene la salvezza solo con questa incorporazione. Per la stessa ragione l’escatologia individuale si confonde con l’escatologia collettiva. La celebrazione della Resurrezione e della Pentecoste ci pone già nella fase ultima, perciò l’Apostolo considera la vita del cristiano come attesa escatologica. E tutto il cristianesimo dei primi secoli ebbe questo aspetto e questa impostazione. Soltanto con la diminuzione intensiva del senso della fede attraverso i secoli, si avverte meno questa attesa. La celebrazione domenicale della resurrezione non ha solo valore storico, ma, soprattutto, valore escatologico. La resurrezione del Cristo è, nello stesso tempo, la nostra resurrezione. La stessa icona della resurrezione, infatti, presenta assai comunemente non l’uscita del Redentore dalla tomba, ma la sua discesa nell’Ade con Adamo ed Eva, da Lui presi per mano, che risorgono congiunti a lui.
La stessa chiesa locale, come circoscrizione ecclesiastica, si chiamerà παροικία (anticamente nel significato di diocesi) e in senso decisamente escatologico, perché παροικία e quindi πάροικος emigrato, colui che abita fuori della propria patria, che attende di raggiungere.
Il primo concilio ecumenico di Nicea esprimerà la fede della Chiesa nel Cristo “che verrà a giudicare i vivi e i morti”. Il secondo ecumenico, primo di Costantinopoli, ripeterà questa fede di Nicea “…e di nuovo verrà con gloria a giudicare i vivi e i morti”, ma aggiungerà, infine “…attendiamo la resurrezione dei morti e la vita del mondo futuro”. Tre punti fondamentali, dunque, dell’escatologia cristiana: la seconda venuta gloriosa del Signore per il giudizio universale con premio eterno dei buoni e castigo eterno per i cattivi; la resurrezione universale. Il rifiuto della Chiesa delle riflessioni, filosofiche più che teologiche, di alcuni grandi pensatori cristiani dell’antichità, si ricollega a questi tre dogmi. L’indagine teologica della Tradizione ortodossa orientale, fatta eccezione per alcuni esponenti, non è andata molto più lontana, tenuto presente che la Scrittura tace, come la Tradizione apostolica, su tutto il resto. D’altronde, altri aspetti, più che dogmi, debbono considerarsi come fede della Chiesa, anche se universalmente non accettata. Tranne, evidentemente, quando si ricollega ad altri dogmi, come la comunione dei santi e il culto dei Santi.
Agonia e Morte
Il concetto di morte ha nel cristianesimo duplice significato: è morte la dissoluzione dell’armonia naturale delle parti che compongono l’essere umano; ma con significato assai più profondo, è più ancora morte la separazione dell’anima da Dio. Nel primo significato – la separazione dell’anima dal corpo – la morte è conseguenza diretta del peccato, cioè della separazione dell’anima da Dio. In questo significato l’apostolo Giovanni il Teologo dice nella sua prima lettera cattolica: “Vi è un peccato che conduce alla morte; non dico che egli preghi per questo peccato. Ogni iniquità è peccato, ma vi sono dei peccati che non conducono alla morte” (V, 16-17). E nella narrazione della Genesi, quando Dio dice ad Adamo nel paradiso: “Se tu mangerai il frutto di quest’albero morrai” (II, 17), certamente il Creatore si riferisce alla morte spirituale, infatti Adamo, dopo aver gustato il frutto proibito, non morì materialmente ma spiritualmente. Anche il Redentore, al giovane che chiedeva il permesso di recarsi a seppellire i propri morti prima di seguirlo, risponde: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti…” (Matteo VIII, 22). Si riferisce, cioè, a coloro che sono separati da Dio e, perciò, morti. Anche la Didachè apre il suo insegnamento con queste parole: “Due sono le vie: l’una conduce alla vita, l’altra alla morte; è grande la differenza tra queste due vie… La via, invece, della morte è questa: prima di tutto essa è malvagia e ripiena di maledizione…”. Origene, riferendosi al versetto 16 del salmo 21: “Mi hai ridotto a polvere di morte”; come pure all’espressione paolina: “chi mi libererà da questo corpo di morte?”, fa queste giuste osservazioni: “…non ha visto la morte fino a quando avrà conservato la parola di Gesù; mentre chi non l’ha conservata, ha visto la morte e non già in altri, ma in sé stesso. E si deve ritenere che queste siano una dottrina e una legge eterne, perché sempre sarà detto a noi che accogliamo la Parola: Se uno conserva la mia Parola, non vedrà la morte in eterno. E per spiegarmi con un esempio: come le tenebre fissate a lungo annullano la capacità visiva di chi le fissa, così la morte, contemplata da chi non conserva la Parola, mortifica e distrugge la vista di chi la contempla, rendendola cieca; per cui essa ha bisogno di Colui che apre gli occhi ai ciechi. Invero io ritengo che i ciechi, simboleggiati da quelli di cui si parla negli Evangeli, abbiano perduto la vista appunto perché, non avendo conservato la Parola, hanno visto la morte”. La morte spirituale getta l’anima nella sventura e rende l’uomo maledetto, non solo, ma lo stesso corpo diventa preda del disordine e dei mali di ogni genere, fino alla morte materiale, come la dissoluzione della mente, dell’anima e del corpo dall’armonia stabilita da Dio, origine della vita dell’uomo. L’uomo è immortale perché è immagine di Dio, del Logos “irradiazione della gloria e impronta dell’essenza di Dio” (Ebrei I, 3) e solo se questi è immagine sarà splendente, rimarrà intatta la sua immortalità. La preghiera di ogni ora: “Santo e Dio, Santo e Forte, Santo e Immortale, abbi pietà di noi” confessa questa fede e implora una continua purificazione. E questo riafferma il Redentore, prima della resurrezione di Lazzaro: “Io sono la resurrezione e la vita; chi crede in me, anche morto, vivrà e chi vive e crede in me non morrà in eterno” (Giovanni XI, 25-26). La morte proviene dalla libera scelta dell’uomo, perché la morte materiale non è separabile da quella spirituale e scegliendo l’una si accetta anche l’altra. Dice bene sant’Antonio il Grande: “Dal nostro desiderio liberamente scelto ci colpisce la morte e rimaniamo nella tenebra della vita dei peccati dispersi senza più riconoscere sé stessi” e “l’uomo ragionevole, da solo osservando sé stesso, distingue ciò che deve fare e gli conviene e quali sono le cose utili e proprie dell’anima; e così fugge ciò che è dannoso all’anima e la separa dall’immortalità”. La morte terrena non è tanto un castigo quanto piuttosto un atto della misericordia divina per l’uomo, che con la trasgressione ha causato la morte a sé stesso. Dio vuole, infatti, che l’uomo viva. Pur nel castigo di una vita difficile, condotta avanti col sudore della fronte tra triboli e spine, Dio concede all’uomo una proroga della prova: la vita terrena, durante la quale il Signore gli lascia scegliere tra la morte vera e la vita vera e se uscirà vittorioso da questa prova, se sceglierà la vita, la morte sarà per lui l’inizio della vita, perché risorgerà e riprenderà la vita di unione con Dio. Solo se rifiuterà, ancora una volta, l’offerta dell’amore divino, la sua morte sarà definitiva ed eterna: “Se, infatti, nella resurrezione futura, anche i corpi dei peccatori e dei malvagi risorgeranno, ma ciò avverrà perché siano consegnati alla seconda morte, al castigo eterno. Ed è questa la seconda morte, come Giovanni c’insegnò nell’Apocalisse”. “Per il giusto” – dice sant’Atanasio – “non vi è morte, ma trasferimento. L’uomo giusto viene, infatti, trasferito da questo mondo al riposo eterno. E come uno che esce da prigione, così i santi escono da questa vita tempestosa verso i beni ad essi preparati”. Ed è questo il vero concetto cristiano della morte. Essa è “dormizione” in attesa di risurrezione. Se la vera vita sulla terra consiste nell’essere in comunione con Dio, dimora della Santa Triade, evidentemente la morte comporta per il cristiano un aspetto positivo, in quanto porta l’uomo in alto, dove ciò che è stato visto sulla terra con la fede e la speranza, lo si vede nella realtà manifesta, o almeno assai prossima.
È quanto l’Apostolo scrive ai Tessalonicesi: “Noi non vogliamo che siate nell’ignoranza riguardo a quelli che si sono addormentati, affinché non siate tristi come coloro che non hanno speranza” (I Tessalonicesi IV, 13). E la Chiesa tiene sempre sotto gli occhi di tutti questo principio fondamentale in tutte le preghiere e i riti, tanto numerosi, per i defunti. Ecco un brano della terza grande supplica della “Gonyklisìa” di Pentecoste: “Per noi tuoi servi non vi è morte, quando abbandoneremo questo corpo, o Signore, e ci avviciniamo a Te, ma solo trasferimento da questo stato più triste ad uno stato più tranquillo e felice di riposo e di gioia”. La stessa incertezza della propria sorte, che incute terrore anche al fedele, certamente scompare dalla visione dei santi. È necessario, poi, che la morte con la consegna alla terra del nostro corpo terrestre, trasformi questo per la resurrezione: “Non ogni carne è la stessa carne… E vi sono corpi terrestri e corpi celesti… Si semina nella corruzione, risorge nella incorruzione; si semina nella ignominia, risorge nella gloria; si semina nella debolezza, risorge nella forza; si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale” (I Corinzi XV, 39-44). Con la morte, quindi, secondo la dottrina dell’Apostolo viene consegnato alla terra il corpo animale, che appartiene alla terra. È il corpo che vive cibandosi di cose destinate alla corruzione, perciò esso stesso è destinato alla corruzione. Ma l’uomo, immagine di Dio, è destinato alla vita divina, all’unione con l’incorruttibilità e, fin da questa vita terrena, nella comunione eucaristica, si unisce a Dio. L’Eucaristia è il vero cibo adatto alla vera natura dell’uomo. Nelle parole riferite dall’evangelo di Giovanni, il Signore collega il cibo materiale con la morte e il suo corpo e sangue, cibo e bevanda, con la vita: “Cercate di procurarvi non il cibo che perisce, ma il cibo che dura per la vita eterna… Il Padre mio vi dà il vero pane dal cielo… I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti. Questo è il pane disceso dal cielo, perché chiunque ne mangi non muoia…” (Giovanni VI, 27-59). Il legame tra il cibo terreno e la morte è evidente nelle parole del Signore. E la ragione è che la terra è destinata a perire, a corrompersi e trasformarsi e tutto ciò che la terra contiene è destinato alla corruzione, compreso, quindi, l’uomo in quanto terrestre. Ma l’uomo è anche celeste, immagine di Dio non corruttibile, immortale. Abbandona, perciò, alla terra tutto ciò che appartiene alla terra ed è corruttibile al momento in cui si avvicina l’incontro definitivo con Dio. Incontro che necessariamente dovrà avvenire, anche quando l’uomo lo rifiuti per propria autodeterminazione, per libera scelta. Incontro necessario, anche se di tipo diverso. Tutte le liturgie eucaristiche antiche, di ogni luogo, tempo e cultura premettono alla comunione eucaristica il “Padre nostro” perché esprime il rifiuto dell’uomo del cibo che conduce alla corruzione e alla morte e la richiesta a Dio del cibo eucaristico: “Dacci oggi il nostro pane conforme alla nostra natura” (επιούσιον secondo il testo originale greco), conforme, cioè alla nostra natura di figli di Dio, immagine di Dio. E lo stesso digiuno eucaristico è l’abbandono del cibo che dona la morte per il ricevere il cibo che dà la vita. La morte è, perciò, nel cristianesimo non solo passaggio e inizio di vita, ma abbandono definitivo di tutto ciò che impedisce la vita, perché terreno e destinato alla corruzione.
L’agonia stessa segna l’inizio di questa trasformazione dell’uomo. Dal momento, cioè, in cui l’uomo cessa di percepire la vita esterna attraverso i sensi. Agonia deriva dal termine greco agwn che significa lotta, perché il moribondo si trova davanti a una lotta terribile. La tradizione greca chiama questo momento ψυχορραγία e vi è anche il verbo ψυχορραγέω. Nei testi liturgici greci l’ufficio degli agonizzanti si chiama ακολουθία εις ψυχορραγούντας. Esso significa propriamente la lotta dell’anima nel suo rompersi dal corpo. Ma al momento stesso in cui ha iniziato questo processo di separazione, e quindi durante l’agonia, l’anima vede farsi presenti gli angeli cattivi e gli angeli buoni, in attesa di riceverla e accompagnarla per vie e mete diverse. Da qui maggiormente il dramma e la lotta. Lasciamo la parola a san Macario l’Egiziano: “Quando un’anima umana esce dal corpo si compie in quel momento un grande mistero. Se essa è, infatti, colpevole di peccati, vengono schiere di demoni e angeli sinistri e potenze tenebrose prendono quell’anima e la trattengono nel proprio luogo. E nessuno si deve di questo meravigliare. Poiché se vivente e trovandosi in questo mondo ascoltò e rimase serva soggetta ad essi, tanto più quando esce dal mondo viene presa e dominata da loro… Anche da parte dei santi servi di Dio, fin da ora, vi sono angeli e spiriti santi che li circondano e li custodiscono; e quando abbandonano il corpo, i cori degli angeli prendono le loro anime e le portano nella loro parte, nel secolo puro e così le presentano al Signore”.
Questa è Tradizione cristiana assai antica, riferita anche da molti altri Padri. Inizia così, già prima di spirare, quando i sensi sono perduti, una specie di giudizio. Da qui l’importanza dell’assistenza della Chiesa al cristiano moribondo. Soprattutto è necessario il Viatico, perché è unione con Dio e, per il giusto, significa unione eterna. In quanto al sacramento dell’Olio degli infermi, esso non ha alcun rapporto con la morte, salvo il significato di purificazione dai peccati, da cui probabilmente è derivata l’usanza occidentale. (Purificazione dai peccati, beninteso, che avviene ogniqualvolta si celebra il Mistero dell’olio per i cristiani che lo chiedano, poiché è mistero di guarigione sempre e non solo quando si è malati gravi o si è in punto di morte, poiché tutti siamo ammalati e se non delle malattie del corpo della malattia delle passioni). I riti e le preghiere del periodo più antico, sia in occidente che in oriente invocano sul moribondo la presenza dei santi angeli, perché conducano l’anima a Dio.
L’anima dell’uomo dopo la morte
Per avanzare nella virtù e raggiungere la felicità eterna, solo tempo utile è la presente vita terrena. Creato a immagine di Dio, l’uomo, aiutato dalla Grazia, ma con la propria libera autodeterminazione, deve raggiungere la somiglianza. All’amore, cioè, offertogli da Dio, deve rispondere con l’atto d’amore, che, per sua natura, deve essere atto pienamente libero. Vivere virtuosamente è una lotta dura. La stessa legge di Dio è un atto della sua misericordia, per facilitarci il compito. La morte segna la fine di ogni possibilità di cambiamento di direzione. Per cui il santo e il penitente raggiungono la salvezza; il malvagio e l’impenitente la propria rovina eterna. Il Signore insegna questa dottrina nella parabola di Lazzaro e del ricco, come nella parabola delle dieci vergini, ecc. La Tradizione è unanime. La si legge già chiaramente nella II ai Corinti di Clemente Romano: “Finché siamo in questo mondo facciamo penitenza di tutto cuore di quanto abbiamo fatto di male nella carne, per esser salvati dal Signore, fino a quando abbiamo tempo di penitenza. Dopo che saremo, infatti, usciti da questo mondo, non potremo più allora confessarci o pentirci”. (c. VIII, 3). E san Basilio: “È il presente il tempo della penitenza e del perdono dei peccati, nell’altro mondo il giusto giudizio e la ricompensa” (P.G. XXXI, 700). San Gregorio il Teologo: “Per coloro che scendono nell’Ade non vi può essere confessione e correzione. Dio quaggiù ha posto il termine alla vita e all’azione: dopo non vi è che il giudizio di ciò che è stato fatto” (P.G. XXXV, 994). Molte le citazioni del Crisostomo, per es.: “Con quale speranza, dimmi, si può andare con i peccati, là dove speranza di remissione non esiste? Finché si è quaggiù vi è sempre attesa di mutamento di vita, di divenire migliori. Ma se si scende nell’Ade, dove possibilità alcuna di salvezza non vi è più, come costoro sono degni di pianto!” (P.G. LVII, 416). La liturgia asserisce apertamente questa dottrina nelle Suppliche della Pentecoste, oltre che nelle ufficiature funebri.
È tradizione costante della spiritualità cristiana che, al momento della morte, l’Angelo custode e anche l’angelo tenebroso circondano l’anima. Molti Padri (particolarmente san Macario l’Egiziano) parlano di “angeli” luminosi e di angeli malvagi. San Gregorio Nisseno, san Giovanni Crisostomo e altri dicono anche la ragione di questo fatto: nel senso che l’uomo che nella vita fu preda delle passioni disordinate, rimane anche dopo morte legato a queste potenze spirituali e al contrario per le anime giuste.
Il giudizio particolare
Nella parabola di Lazzaro e del ricco si dice chiaramente che subito dopo morte il povero fu portato dagli angeli “nel seno di Abramo” (cioè nel paradiso), il ricco nell’Ade, tra le sofferenze. Vi è, dunque, già un giudizio di Dio, da non confondersi col giudizio universale. Soprattutto i Padri Alessandrini hanno sviluppato il tema di una serie di “gabelle” che essi chiamano h Telwnia, corrispondenti alle grandi virtù e ai vizi contrari, su cui l’anima viene giudicata e deve superare tutte queste “gabelle” per salvarsi. Il più drammatico in questa descrizione è san Cirillo Alessandrino in una sua omelia (P.G. LXXVII, 1073). L’argomento è diffuso negli scritti dei Padri del deserto, con racconti di fatti mirabili. Il Damasceno, come sempre, riassume il pensiero antico, dicendo che subito dopo la morte, gli spiriti malvagi rendono presente all’anima tutti gli aspetti delle colpe sue dall’infanzia alla morte, come un vero giudizio. Questo giudizio è terribile, ma giusto nel primo grado; misericordioso nel secondo; oltremodo benevolo nel terzo, perché Dio nei limiti del possibile[1], usa misericordia (XCVI, P.G. 156).
Stato delle anime dopo il giudizio particolare
Dopo il giudizio particolare e prima del giudizio universale, le anime dei giusti vanno in paradiso, quelle dei reprobi nell’Ade. Così dice l’Evangelo nella parabola del ricco epulone e di Lazzaro (Lc XVI, 19-31). Gli uni e gli atri, però, rimangono in attesa del giudizio universale, che avverrà solo dopo la resurrezione dei corpi, perché “uomo” non è solo l’anima ma l’anima e il corpo. Si tratta, perciò, di uno stato provvisorio. Stato di pregustazione sia della beatitudine eterna, sia del castigo eterno. E quando si dice pregustazione della beatitudine si deve intendere che i beati in paradiso vedono, godono e conversano col Cristo, vivendo nella Sua luce e nella beatitudine somma di cui sono capaci; beatitudine che non potrà mai essere perduta. Tuttavia lo stato è provvisorio, definitivo solo alla fine del mondo, secondo la dottrina dell’Apostolo (I Cor XV, 20-28): “Quando Egli riconsegnerà il regno a Dio Padre… E quando avrà assoggettato a Lui tutte le cose, allora il figlio stesso sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, affinché Dio sia tutto in tutti”. Nel parlare dello stato intermedio delle anime bisogna evitare due cose: evitare l’impressione (o peggio la credenza) che la sorte delle anime rimanga incerta fino al giudizio universale, o che i beati non godano Dio e i dannati non si trovino tra le pene; secondo: evitare di rendere totalmente inutile il giudizio universale, sul quale la Scrittura parla in modo tanto vistoso. E questo avviene quando si parla di stato definitivo delle anime, come se l’anima fosse l’uomo. Questa visione manchevole ha un certo spazio in occidente a causa di un concetto deteriore che dai primi secoli si è avuto del corpo da parte di molti filosofi e di alcuni scrittori ecclesiastici, visione a cui l’Ortodossia ha tagliato corto col V concilio ecumenico.
E quando si parla di “paradiso” bisogna intendere un luogo di felicità dove si gode la luce del Cristo. Simile al luogo dove si trovavano i nostri progenitori prima del peccato e da cui furono scacciati. I Beati lì attendono la ricostituzione del Regno, secondo la dottrina dell’Apostolo, e di cui essi fanno parte. Così i dannati nell’Ade vivono nelle tenebre e nell’impossibilità della visione di Dio. Da qui la loro pena estrema, con gradazioni diverse ma, comunque, senza speranza, per aver liberamente rifiutato l’amore divino; da qui il fuoco che li divora, in quanto, trascorsa la vita terrena come prova, l’uomo sente il bisogno assoluto dell’unione con Dio, del quale è immagine.
I suffragi
Essendo la liturgia terrestre una sola cosa con la liturgia celeste, in quanto è lo stesso Cristo sommo sacerdote che offre ed è offerto e lo stesso Santo Spirito che sulla terra per mano dei ministri compie l’azione liturgica in virtù della comunione dei santi, tutta la Chiesa celeste partecipa con la Chiesa terrestre all’azione liturgica, per cui invocare la misericordia divina per accelerare il raggiungimento della beatitudine delle anime la cui sorte Dio ancora non ha determinato, è ovvio e la Chiesa ha sempre così creduto fin dal suo nascere. Non solo, ma per i beati già in gloria, ciò significa maggiore illuminazione e gloria. E per gli stessi reprobi, secondo molti Padri (per es. san Giovanni Crisostomo) il suffragio significa sollievo dei loro tormenti, nella misura e nel modo che solo Dio conosce. Evidentemente il suffragio invoca la misericordia divina e il Cui intervento in nessuna maniera può la Chiesa determinare né nel modo né nella sostanza. Si badi, però, che lo stato di “giudizio” di un’anima può durare un tempo indeterminato e questa incertezza può anche causare pena. Ma questa pena non ha alcun valore purificatorio; i suffragi sì. In definitiva, dopo la morte opera solo la misericordia di Divina e nulla può fare l’anima per sé. Da qui la necessità e l’utilità della preghiera e delle opere di misericordia compiute in suffragio per i defunti.
L’Ade
È lo “Sheòl” degli Ebrei. Il termine Adhis ha due significati: uno generico come luogo in cui sono contenute le anime dei morti, senza alcuna determinazione precisa. Luogo, comunque, dove non risplende la luce della presenza divina e non vi è, perciò, alcun rapporto tra Dio e le anime ivi contenute. Corrisponde, perciò, anche al luogo che conteneva anche le anime dei santi prima della morte e risurrezione del Redentore, dove il Cristo è disceso con la Sua anima, mentre il Suo corpo vivificante era contenuto nella tomba, liberando le anime dei giusti e conducendole in paradiso. Il secondo significato di Ade è quello propriamente di “Inferno” cioè luogo dei dannati, luogo di perdizione e di sofferenza. Sia la Scrittura, sia, per conseguenza, i Padri usano il termine nei due significati. I due significati hanno in comune il fatto che si tratta di “regno della morte” in contrasto con il “regno di Dio” che è regno di vita. Anche il termine “Paradiso” lo si intende nel senso di “dimora divina” (in senso spirituale) più comunemente come luogo di felicità dove la luce e la presenza divina rende beati i presenti; ma non si identifica necessariamente con lo stato di deificazione.
La Tradizione ammette, dunque, due luoghi per le anime dopo la morte e dopo il giudizio particolare: il paradiso e l’Ade, entrambi luoghi di attesa, ma diversi nel modo, l’uno felice, l’altro infelice. Inoltre entrambi questi luoghi hanno mansioni, modi, gradi diversi, per cui anche per le anime dell’Ade rimane valido il suffragio della Chiesa.
Giudizio universale e risurrezione
Sulla seconda venuta del Signore così si esprime il Simbolo: “verrà di nuovo con gloria per giudicare i vivi e i morti e del Suo Regno non vi sarà fine”. Sia sulla risurrezione, sia sul giudizio universale i testi della Sacra Scrittura sono numerosi; la dottrina, quindi, rimane quella enunciata nei testi biblici. Si può chiedere quale sarà il corpo risorto, la sua forma? Come sostanza e come materia il corpo si identifica al corpo avuto in questa vita terrena. Esso sarà il medesimo. Sarà, però, spiritualizzato, sottile e non più soggetto ai bisogni della vita terrena. Non più soggetto a malattie, alla corruzione e alla morte; non più bisognoso di cibo per sopravvivere, non sarà più maschio o femmina, ma come angeli nel cielo. Avrà, cioè, le qualità del corpo spirituale (I Cor XV, 35-56). La dottrina secondo la quale il corpo verrà distrutto e l’uomo ritornerà puro spirito è stata condannata dal V concilio ecumenico nel canone 11[2].
Vita eterna e castigo eterno
Molti testi della Scrittura insegnano l’eternità non solo del Regno di Dio, ma anche l’eternità delle pene per i dannati. Nell’antichità vi furono grandi scrittori ecclesiastici e Padri che intesero l’eternità delle pene come “periodo di tempo indeterminato”, in particolare Origene, seguito dal Nisseno, sant’Ambrogio, san Girolamo, e altri che si sono espressi vagamente. Anche teologi odierni, soprattutto delle Chiese Slave, riprendendo la riflessione da quanto espresso da questi autori, si sono aperti a riflessioni similari, in ragione del trionfo definitivo del bene sul male e dell’amore e della misericordia divina. Se, da un lato, come dottrina un tale pensiero non lo si può insegnare, perché condannato dal V concilio ecumenico, dall’altro, forti di quanto detto, ripreso dalla Tradizione e fin qui presentato, sull’attesa del giudizio definitivo, e sulla possibilità di migliorare la condizione dei defunti, è lecita un’orante attesa di remissione, nella certezza che quanto più intensa sarà la preghiera e l’intercessione della Chiesa, tanto più Dio interverrà nei modi che solo conosce, Egli che è buono, misericordioso ed amico degli uomini.
[1] L’infinita misericordia di Dio, a cui tutto è possibile, non ha limiti, salvo il limite postole dalla libera scelta che ha l’uomo di rifiutare e Dio e la sua misericordia. Per cui il fuoco dell’amore di Dio mentre glorifica i beati, diviene tormentosa fiamma d’un languore inestinguibile per chi lo respinge.
[2] Chi non scomunica Ario, Eunomio, Macedonio, Apollinare, Nestorio, Eutiche, e Origene, insieme ai loro empi scritti, e tutti gli altri eretici, condannati e scomunicati dalla santa chiesa cattolica e apostolica e dai quattro predetti santi concili; inoltre, chi ha ritenuto o ritiene dottrine simili a quelle degli eretici che abbiamo nominato, e persiste nella propria empietà fino alla morte, sia anatema.