La contraddizione

di Vladimir Solouhin

 

Non so se vi sia capitato tra le mani un libro pieno d’ottimismo, ricco di pregi e, arriverei a dire, splendidamente scritto. Vi è sviluppata l’idea che la mente umana è onnipotente e vi sono esposti tutti gli elementi che provano il suo completo trionfo.

Tuttavia la lettura di questo libro mi aveva stancato, per cui mi recai al vicino bosco a fare due passi ed a respirare l’aria profumata di pini e di abeti.

Camminavo a passi veloci verso il bosco e mi sentivo, dopo la lettura di quel libro, grande ed onnipotente, perché uomo e, in quanto tale, partecipe di tutte le conquiste dell’umanità, le quali – e questa era la cosa più importante – erano state realizzate anche per me…

Mentre mi arrampicavo sulla collina, avevo raggiunto una vecchietta che si muoveva a fatica appoggiandosi ad un lungo bastone. Sebbene conoscessi tutte le vecchiette del paese, questa mi era sconosciuta. Da dove era venuta? A giudicare dalla fatica che faceva muovendosi, non doveva venire da lontano.

Era grossa, cadente ed aveva i piedi gonfi. Portava sul capo un fazzoletto nero ed indossava una giacca di velluto, pure nera. Volevo superare quella sconosciuta, vedere dal viso chi fosse, allorché improvvisamente udii come essa, camminando, diceva ad alta voce:

– “Eccomi, vengo, caro. Vengo. Perdonami che non sono giunta in tempo al tuo funerale. Tu ben sai che in quei giorni ero a Mosca. E t’hanno sepolto senza di me, caro mio… Non hai pensato forse che non sarei giunta? Sarei venuta anche strisciando, caro…”.

I lamenti erano interrotti da profondi sospiri che sconvolgevano il cuore. Così piangono un defunto forse solo le contadine russe. Alla fine mi ricordai chi fosse quella vecchietta e compresi a chi si rivolgesse.

Due settimane prima una tremenda disgrazia si era abbattuta sul nostro villaggio. Durante una festa due contadini avevano litigato. Un immigrato di recente, Vasilij, aveva colpito, nell’ubriachezza, un contadino. È difficile dire chi dei due avesse ragione o torto. Ma in questa circostanza non si era giunti al reciproco pestaggio, con cui terminano di solito questi episodi festivi. L’altro si era rivolto il giorno dopo alla polizia ed aveva denunciato Vasilij. Allorché quest’ultimo era venuto a sapere che la faccenda era giunta alla polizia, aveva acquistato un fiasco di acquavite e s’era recato a riconciliarsi con l’accusatore. Ma questi non aveva voluto rappacificarsi né bere. Contemporaneamente era giunta a Vasilij la comunicazione di presentarsi al distretto di polizia. Il giorno stabilito egli era uscito di casa, ma non si era recato alla polizia. Per due giorni nessuno aveva saputo nulla di lui, né dove fosse né che cosa gli fosse successo. Fu allora che sua moglie Anna si recò al distretto di polizia per informarsi. Le dissero che Vasilij non l’avevano neppure visto e che l’aspettavano, tanto che avevano preparato per lui un nuovo invito a presentarsi.

A questo punto erano cominciate le congetture, a cui dava il contributo tutto il paese. Alcuni sostenevano che Vasilij si nascondesse nel villaggio, altri che fosse a Mosca da suo cugino; altri infine affermavano d’averlo visto nel bosco dove stava scavando un nascondiglio sotterraneo per rifugiarsi. Non mancavano quelli che supponevano che alla polizia avessero bastonato a sangue Vasilij e… l’avessero sepolto nel bosco per non rispondere del loro operato. Le malelingue peggiori sostenevano che Vasilij non aveva avuto neppure l’intenzione di recarsi in qualche parte, ma che si trovava a casa nascosto nel solaio e che Anna lo sapeva bene, ma taceva per paura della polizia.

Il figlio di Vasilij aveva cercato il padre per tre giorni. S’era recato da tutti i parenti dei dintorni, aveva frugato per tutta la zona, ma invano. Allora Anna si mise alla ricerca del marito. Il presentimento l’aveva portata in un’altra direzione, a Kol’cughino, e vi trovò subito le tracce. Infatti le dissero che un uomo, quale era quello da lei descritto, era stato visto in un negozio, mentre acquistava una bottiglia di acquavite ed una di limonata, e che poi era andato oltre. Dove? Verosimilmente in direzione della ferrovia.

Al passaggio al livello Anna trovò una vecchia e le chiese in maniera circostanziata se avesse visto cinque giorni prima un uomo, di cui espose le caratteristiche fisiche, con addosso un cappotto corto e bigio, con le scarpe nuove e gialle. La vecchia inviò Anna dalla nonna di Evdokija, la cui casa distava dal passaggio a livello circa duecento passi. Sebbene la vecchia non le avesse detto nulla, Anna presentiva una sciagura e camminava a fatica.

La vecchia nonna di Evdokija cominciò a parlare come se leggesse da un libro:

– “Certo che l’ho visto, cara mia, l’ho visto. Sedeva, ecco, su quel bastione. Esco di casa verso le sette del mattino e vedo un uomo seduto con due bottiglie accanto. Pensai che stesse lì a riposare… Continuai il mio cammino fino all’orto, dove trascorsi due ore, sarchiando la verdura e legando i pomodori. Guardai, ed ancora sedeva. Pensai tra me: Che stia pure seduto, ma m’accorsi che piangeva. Poveretto!, dissi tra me allora… Qualcuno l’ha offeso o chissà che cosa lo tormenta. Uscii di casa la terza volta dopo il pranzo. Erano trascorse quattro ore e l’uomo continuava a stare seduto ed a piangere. Mi venne l’idea di avvicinarmi. Ma, cara mia, da noi c’è ogni genere di persone. Forse è un ubriacone… Subito dopo passò un treno merci… Guardai di nuovo e vidi un gruppo di persone ed altre che accorrevano. Accorsi anch’io e vidi come trasportavano il poveretto verso un’auto. Non riuscii a vedergli il volto, ma vidi il sangue sulle rotaie, sull’erba, come se fosse stato sparso da una valigia”.

– “E da che deduci, vecchia mia, che era lui?”, chiese Anna fuori di sé.

– “Fatti forza, mia cara, e fatti il segno della croce. Non t’ho detto che fosse lui… Quello che ho visto, t’ho raccontato e se qualcosa t’interessa, recati alla polizia”.

Alla polizia Anna riconobbe le scarpe gialle, quasi nuove, di Vasilij, perdette i sensi e cadde sul pavimento di cemento.

Erano trascorse due settimane dacché era accaduto tutto ciò.

Tolsero Vasilij dalla tomba provvisoria, lo trasportarono al paese e lo seppellirono al suono della banda del distretto. Ognuno cercò di partecipare con tutta l’anima a questa triste storia ancor prima della sua conclusione. Al funerale non mancò nessuno. Poi la muta quiete del bosco riprese di nuovo a regnare sul piccolo cimitero, nascosto tra gli abeti ed i pini. Il sentiero che vi conduce è stretto e spianato; quando il tempo è secco, è bianco, allorché piove, rossastro…

La vecchietta camminava ora per quel sentiero trascinando le grandi soprascarpe di gomma, che le sarebbero cadute dai piedi, se essa li avesse sollevati muovendosi. Ma essa solo le trascinava per terra. A me non restava che affrettare il passo o fare un giro attorno per sopravanzarla. Pensavo che quando avesse visto me, un estraneo, avrebbe smesso di lamentarsi. Tuttavia essa, presa come era dal lamento, non volgeva l’attenzione a me, ma continuava a parlare con il figlio.

– “Eccomi, vengo, caro mio. Non pensavi forse che non sarei venuta? Come ti sentisti quando non mi vedesti al funerale? Come ti sentivi, piccolo mio? Ecco, sono qua, è rimasto un piccolo tratto di strada. Aspetta, abbi pazienza, caro…”.

Avevo superato la vecchietta, ero lontano da lei ed ero entrato nel boschetto dei pini.

In una piccola radura, coperta d’erba, mi distesi supino allargando le mani e su me regnava la quiete del bosco, e sembrava l’acqua che si calma dopo che vi è stato lanciato un sasso. Mulinavano per la mia testa le impressioni del libro, che avevo letto, ed il lamento della madre. Io ero d’accordo con quell’armonia universale ed intelligente, di cui si trattava in quel libro, se isolette di pini rimangono accanto alle tombe a noi care. Ma un altro pensiero mi turbava. Supponiamo – pensavo – che improvvisamente le cose vadano così che tutti gli uomini siano contenti, lieti e senza preoccupazioni, ma che sui miei occhi ci siano lacrime. Potremmo, in tal caso, inventare un aggregato, un generatore di felicità che possa annientare, liquidare o almeno prevenire le mie lacrime stupide, retrive e conservatrici? Perché, se io piango, anche altri piangono e dov’è allora l’armonia universale?

Oppure. Qui, dove io me ne sto disteso e medito su problemi astratti, delira una vecchietta non astratta, ma viva, una madre ottantenne, il cui unico figlio è perito in un modo così tragico e pazzesco. Essa cammina e geme a piena voce. Soffre. Noi che non possiamo immedesimarci nella situazione di una madre che perde i figli, non possiamo neppure immaginare quale sia il suo dolore. “La mente umana può tutto” – così è stato scritto da irresponsabili, in quel libro. Ma allora, se abbiamo appreso tutti i rami dello scibile, perché non possiamo confortare il cuore angosciato di quella madre? Ecco, io sono una persona civile, ho sentito parlare di scoperte scientifiche e, quel che più conta, sono un uomo che per la sua professione si considera, in certo qual modo, conoscitore del cuore umano. Come posso accostarmi a quella poveretta, con quali argomenti la potrei confortare? Sono impotente di fronte al suo dolore come un bambino di tre anni che volesse sollevare una sfera di un centinaio di chilogrammi… La vecchietta non ha più il figlio, ma parla con lui come se fosse vivo. In seguito al dialogare, all’ipotetica presenza del figlio, il suo dolore s’infiammava sempre più. Ed avevo in genere il diritto d’immischiarmi nella sua conversazione? Oppure, forse, le dovevo dire che il suo dolore altro non era che un vaneggiamento, una stupidaggine idealistica? Le dovevo dire che suo figlio non era più che un ammasso di carne in decomposizione, con cui è inutile parlare?...

Mentre era difficile indovinare il momento in cui era giunta alla tomba, poiché la sua voce era diventata più disperata, più penetrante e tormentosa. Era ormai entrata nel cimitero, aveva visto la tomba ed ormai si era inginocchiata presso il tumulo.

Mi avvicinai ad essa e mi sedetti. Forse il mio modo d’agire non era bello, ma la volevo ascoltare.

– “Contro di chi ti sei adirato, caro? Come non ti dispiacque di andartene da questa bella terra luminosa. Guarda: gli uccellini cantano, le fragole sono rosse tra l’erba, i fiori crescono variopinti l’uno accanto all’altro, gialli, bianchi, rossi… E sul campo è fiorito anche il profumato basilico. Perché non ti rincrebbe di lasciare il mondo che è bello? Contro di chi ti sei arrabbiato, che cosa hai fatto di te!...”.

Per quasi un’ora la madre stette a conversare con il figlio morto. Dapprima non riuscivo a stabilire che cosa nelle sue parole colpisse tanto l’ascoltatore. Poi compresi: essa credeva con assoluta certezza che Vasilij sentisse la sua voce, che le fosse vicino nel boschetto e che solo non gli fosse permesso di manifestarsi a lei.

Dopo aver parlato con il figlio, la vecchietta trovò un altro interlocutore…

– “Signore, perdona a quell’infelice! Abbi pietà di lui peccatore, perché ha agito in preda all’ira. L’hanno fatto arrabbiare. Non aveva alcuna intenzione di lasciare questo mondo luminoso. Trasportava le tavole per completare la casa. Piantava i meli, toglieva le spine. Signore, concedigli là un qualsiasi posticino. Non ha bisogno di molto spazio. Ordina a qualcuno che gli faccia posto ed egli si metterà a sedere in un angolino, senza disturbare nessuno. Solo che abbia caldo e che stia alla luce. Che non stia esposto all’umidità, poverino!...”.

Non è possibile dire come la povera madre immaginasse questo luogo asciutto, se fosse l’estremità di una panca dove stanno seduti coloro ai quali è concesso il perdono, o una radura sotto un alberello, o se comunque fosse un luogo determinato. Ma per lei si trattava di qualcosa di concreto e ben determinato, come se esistesse una porta attraverso la quale potesse essere fatto passare o meno suo figlio. Va anche tenuto presente che nel passato i suicidi non venivano sepolti nel cimitero, ma al di fuori del recinto benedetto.

Poiché il suo interessamento presso il Signore non l’aveva tranquillizzata, la poveretta decise di parlare con un’altra madre, pensando che una donna avrebbe compreso meglio e più presto una donna.

– “Madre, avvocata pietosa, dove debbo andare, con chi sfogare la mia angoscia?! Tu sai bene quel che si prova quando si seppellisce il proprio figlio unigenito. Anche tu versavi lacrime. Quando stabiliranno da che parte dovrà stare quel mio poverino, a destra o a sinistra, quando cominceranno a spingerlo nella tomba eterna, dì tu una parola materna. Lui è quieto e buono. Non ha fatto del male neppure ad una gallina, nutriva i gatti erranti. Dategli là un posto, sia pure il peggiore. Che lavori con l’ascia, che seghi, che batta i chiodi e tagli la legna. Madre, avvocata nostra, non ti chiedo altro; dì tu solo una parola serena ai giudici!”.

Alla fine con un senso di pace e quasi di gioia – il che mi impressionò particolarmente –, disse: “Sia gloria a te, Dio nostro, sia gloria a te!”. Dette queste parole, si levò e quieta, senza lacrime e lamenti, lentamente si mosse verso casa.

Le passai oltre sullo stesso sentiero: nei suoi occhi c’erano ancora lacrime, ma nel suo sguardo non c’era dolore né disperazione. Solo le labbra si muovevano in una impercettibile preghiera.

Vuol dire che le tremende ferite del suo cuore, che io non avrei osato toccare, perché non so né posso guarire, erano guarite da sole? Significa che, là dove sarebbero impotenti la fisica atomica, la neurochirurgia e la cibernetica, si dimostrò efficace la fede.

Da: “Pravoslavai Misionar”, n. 6, 1974; in: “Bollettino Ortodosso”, Roma, novembre 1975, n. 9, 13-20.

 

 

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