Dal pentimento all’adozione filiale

dell’archimandrita Sofronio

 

Trascrizione-adattamento di un incontro di padre Sofronio, il 1 febbraio 1993, poco prima della sua nascita al cielo, con i membri della sua comunità, al Monastero di San Giovanni il Precursore in Inghilterra.

 

Benedetta sia quest’ora che il nostro buon Signore ci concede! In pace e nella calma, parleremo di diversi aspetti della nostra lunga via. Quanto è meravigliosa questa via! Supera la nostra intelligenza. Il nostro spirito viene meno a furia di seguire l’esempio di Cristo, nostro Dio, venuto a portare sulla terra il fuoco dell’amore del Padre.

Su quale punto mi fermerò oggi? Mi sembra dover affrontare la questione posta da una delle persone presenti. Dunque parlerò del pentimento, dell’adozione filiale. Anche se, nelle loro forme ultime, alcune cose sfuggono ad ogni formulazione umana, daremo prova di pazzia e parleremo, nella misura delle nostre forze, di queste realtà che sono infinitamente, inspiegabilmente grandi e sublimi.

Alcune volte ho ripetuto – e lo faccio ancora oggi per evitare ogni equivoco – che cominciamo il nostro “viaggio” con un piccolo passo, quello del pentimento; ma la fine della via cristiana è, secondo il nostro modo di comprendere le cose, la deificazione dell’uomo. Un buon numero di persone, pusillanimi, sono imbarazzate, a disagio, quando osiamo parlare di queste realtà. Se soltanto sapessero di quale timore la nostra anima è riempita, quanto temiamo di sbagliare – sarebbe soltanto con una sola parola – sull’amore santissimo del Padre, il più santo di tutti!

Ma come accostarsi a questo tema? Lasciamo da parte alcuni dettagli e parliamo di ciò che è più essenziale. La predicazione di Cristo comincia con la parola metanoeite, “pentitevi” (Matteo 4, 17). L’analisi di quest’espressione ci rivela, come in molte altre parole di Cristo, molti livelli di significato. Occorre qui distinguere tra due modi di pentimento: il primo, che si trova nei limiti dell’etica; il secondo, che supera la morale e si situa nell’eternità, cioè in Dio. Chiameremo il primo modo, atto etico e il secondo, che segnala il passaggio da una “orbita” temporale ad una “orbita” eterna, atto ontologico. Non cercheremo qui di risolvere il problema di sapere se è possibile passare dal temporale all’eterno, dall’etico all’ontologico.

Come esempio di un bello e profondo atto di pentimento, abbiamo dapprima quello del giovane uomo ricco dell’Evangelo, che aveva sete di eternità divina e che chiese a Cristo cosa doveva fare per passare dal tempo all’eternità. Il Signore guardò questo giovane uomo con amore e gli dice: “Osserva i comandamenti”. “Quali?”. “Ebbene, questi e quelli…”. “Ho osservato tutto ciò sin dalla mia gioventù. Cosa mi manca ancora?”. Il Signore allora gli dice: “Se vuoi essere perfetto, lascia tutti i tuoi beni, tutte le tue conoscenze e, divenuto povero, seguimi”. Il giovane uomo non sopportò questa parola (cfr. Matteo 19, 16-22).

Possiamo affrontare il problema nel modo seguente: da un punto di vista morale, etico, questo giovane uomo era ad un livello elevato. Ma esiste un altro livello, superiore, che riguarda la “sfera” divina, increata dell’Essere eterno e senza inizio. Così, un primo tentativo di spiegazione permette di mostrare che esistono, fra gli uomini, diversi livelli di stato spirituale. Per la ragione umana, la possibilità di un “passaggio” della successione dei numeri all’infinito matematico o, per analogia, di un salto qualitativo dal temporale all’eterno, sembra escluso, perché siamo là in presenza di due ordini che non possono essere comparati, che sono radicalmente incommensurabili.

Prendiamo un altro esempio. C’erano nei pressi di Gerusalemme due sorelle, Marta e Maria. Cristo le amava entrambe, ed entrambe amavano Cristo e credevano che fosse il Messia. Ed ecco che quando venne da esse, Marta fu molto occupata con l’accoglienza e le cure della casa. Maria, invece, toccata dallo Spirito che egli portava, si siede ai piedi di Cristo, assettata delle sue parole.

Cosa successe? Quando Marta, sovraccarica dei lavori, delle preoccupazioni quotidiane e tutti i penosi compiti domestici, chiese a Cristo: “Dì a Maria di aiutarmi”, egli rispose con dolcezza: “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta” (cfr. Luca 10, 38-42).

Vedete la differenza: da un lato, c’è il piano dell’amore etico o visibile, cioè delle relazioni umane normali, che sono certamente molto lodevoli. Dall’altro, c’è il piano dell’amore spirituale, che ci dà accesso all’eternità divina. Il Signore dice altrove: Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno (Matteo 24, 35). Quando ripetiamo queste parole di Cristo, il passaggio seguente ci viene immediatamente alla mente: En arché én o Logos… “In principio era il Verbo, ed il Verbo era con Dio, ed il Verbo era Dio” (Giovanni 1, 1).

Vedete come queste due sorelle vivevano vicine l’una all’altra e, allo stesso tempo, quale distanza immensa le separava nella loro rispettiva sete: l’una, Maria, era pronta ad accogliere Cristo in una certa negligenza o – come dire? – nelle condizioni ordinarie – della vita quotidiana, senza preparativi particolari; l’altra, Marta, era incline a manifestare il suo amore con ogni sorta di segni esteriori. Notate bene la differenza di livelli: da un lato, uno stato che non supera i limiti dell’“età” che abbiamo chiamato “etica” – per “età”, intendono il grado della nostra crescita spirituale. Dall’altro, “In principio era il Verbo”… O, per passare ad una terminologia un po’ diversa: il secondo piano già non è più etico, psichico, ma propriamente ontologico, spirituale. Troviamo ancora nell’Evangelo un certo numero di pensieri e di idee molto profonde che conducono alla profonda volontà di seguire Cristo.

In questi ultimi tempi, abbiamo osservato sulla terra un fenomeno paradossale: da una parte, lo schiacciamento, con una crudeltà incredibile, di tutta l’umanità; dall’altra parte, l’esplorazione, la delucidazione del principio della persona umana. Che cos’è l’uomo come persona? Dove si volge l’intelletto della persona? Quando il principio della persona inizia a svilupparsi in noi, anche se saremmo in prigione, siamo già liberi nello spirito negli spazi illimitati del cosmo. L’uomo non vede più ciò che è esterno; vive per ciò che è interiore. Ma il linguaggio umano non può esprimere la natura di questa contemplazione dei baratri infiniti.

Che dire di questi abissi che si aprono dinanzi all’uomo quando si immerge nell’amore di Cristo? Qual è il suo carattere? Qual è la sua origine? Questo infinito che si apre dinanzi a lui, gli è esterno o è lo stato del suo intelletto creato ad immagine dell’intelletto del Creatore, di Dio stesso? In altre parole, questi abissi provengono dall’energia che procede da Dio o manifestano una possibilità della natura umana in sé? Non possiamo né capirlo né precisarlo. È soltanto con un pentimento di natura ontologica che potremo entrare in questo universo. Ed anche allora, ciò resta per l’uomo un mistero.

All’inizio della mia vita monastica al Monte Athos, il mio padre spirituale mi aveva dato questo consiglio: “Fa attenzione a non rivolgere a Dio, che è grande, delle piccole richieste, ma chiedigli soltanto cose grandi”. In tal modo, si produce questo paradosso: l’uomo più povero, che non possiede nulla, si vede improvvisamente investito delle ricchezze infinite di Dio in tutta la sua creazione. Il Signore ha chiamato il Padre “Intelletto”, “Spirito”: Dio è spirito (Giovanni 4, 24). E noi, ci chiediamo: come questo Spirito può toccarci senza consumarci? L’ingresso in questo stato si fa molto lentamente, nelle condizioni della vita quotidiana; ma, se ne ha la possibilità, l’uomo si libera fisicamente da tutto e vive soltanto per Dio. Possiamo percepire che questo mondo è creato dall’intelletto e dalla volontà di questo Spirito che chiamiamo “Dio”, “Dio Padre”, e che ha detto: Creiamo l’uomo alla nostra immagine ed alla nostra somiglianza (cfr. Genesi 1, 26).

È difficile scegliere un punto di partenza per parlare di quest’immane tragedia che ci schiaccia tutti e che mi ha schiacciato, anche me, migliaia di volte: le sofferenze del mondo intero da millenni, sin dal momento in cui risuona la parola: Che la luce sia (Genesi 1, 3). Non si può comprendere come Dio ha potuto creare quest’universo dove le sofferenze raggiungono tale parossismo. Di cosa si tratta? Cosa ha fatto Adamo? Perdonatemi, il mio spirito salta da un argomento ad un altro, è perché mi esprimo lentamente…

Nell’etica cristiana, siamo colpiti dall’immagine d’un Uomo solo, di un Uomo abbandonato da tutti, che sale al Golgota per prendere sulle sue spalle il peso di tutte le passioni del mondo. Io, come uomo, non so cosa dire di quest’Uomo che sale da solo per prendere su di sé tutto il peso della maledizione della Terra sin dall’inizio dei tempi.

Dunque, da un punto di vista etico, non vediamo manifestazioni più grandi, nulla di più sublime e più santo di Cristo. È di questo che vorrei parlarvi, perché se il nostro intelletto può bene afferrare la realtà dell’Essere di Dio, non può ancora conoscere il carattere di questo grande Spirito.

Negli anni della mia gioventù, mi è capitato di leggere i versi di un grande poeta:

Chi di suo potere e della sua ira

Dal nulla mi ha fatto uscire? (Puškin, N.d.R.)

Constatando che soffriamo, che il mondo intero soffre, il poeta si chiede quale tipo di spirito può essere il Creatore di questo mondo. Ed ecco che il suo Figlio viene a parlare con l’uomo creato all’immagine ed alla somiglianza di Dio (cfr. Genesi 1, 26). In lui, contempliamo il pensiero eterno di Dio Creatore sull’uomo. Nella misura in cui il Dio-uomo è apparso sulla terra, è buono come lo stesso Dio, non possiamo più, pertanto e certamente, che ciò ci sia mostrato dal Santo Spirito, distaccarci da questo grande atto dell’Essere divino. Ciò significa che non è il nostro Creatore che è responsabile di queste sofferenze, ma la creatura, potenzialmente simile a Dio.

Ed ecco che invochiamo il suo Nome: “Signore Gesù Cristo, Figlio del Padre, tu che togli il peccato del mondo, abbi pietà di noi. Tu che togli il peccato del mondo, ricevi la nostra preghiera. Tu che siedi alla destra del Padre, tu solo sei veramente santo”; (Cfr. Dossologia dei Mattutini). La nostra ammirazione dinanzi a questo Modello ad immagine di cui l’uomo è stato creato non conosce fine.

Dunque, a partire dal momento in cui l’uomo è entrato con il suo spirito e il suo cuore in questa “sfera” divina il suo intelletto vi si troverà immerso in modo permanente. Come, allora, potrebbe allontanarsene? Ma tutto ciò supera la nostra intelligenza, le nostre possibilità; nessun tentativo del nostro intelletto deve essere preso per una rivelazione delle profondità della Divinità stessa.

Ecco cari fratelli miei… Perdonatemi! È perché non mi resta molto tempo per parlare con voi che ho fretta. Non pretendo affatto di dirvi altra cosa che questa “palpitazione del cuore” con cui il mondo vive. È terribile per noi continuare a parlare, perché il Signore ci chiama a seguirlo. Dove va? Al giardino del Getsemani, di notte. E, dopo di ciò, sale al Golgota.

Dunque, diventando cristiani, vedendo le sofferenze del mondo intero, iniziamo a comprendere in parte il “linguaggio” di Cristo. Giovanni e Giacomo gli chiesero di sedersi alla sua destra ed alla sua sinistra. Cristo rispose loro: “Potete voi bere il calice che io bevo, o essere battezzati col battesimo col quale io devo essere battezzato?”. Gli dissero: “Lo possiamo”. Il nostro Padre di tutti, Cristo, rispose loro con amore: “Sì. Voi certo berrete il mio calice e riceverete il mio battesimo” – questo battesimo che andava lui stesso a ricevere (Cfr. Marco 10, 37-40).

Come i Padri della Chiesa hanno detto con saggezza, avanziamo poco a poco a partire da piccole cose; siamo così portati a scoprire la grandezza dei dettagli. Ed è questo, l’uomo vero, immagine di Dio. Il nostro combattimento – il combattimento ascetico dei monaci – ha per scopo di restaurare in noi questa immagine, oscurata dal peccato e dalle vili passioni. Così il nostro intelletto si rigenera e comincia a vedere le cose sotto un altro aspetto, in una nuova luce; ma ciò non significa che sia già liberato dalle passioni. Allora anche noi, come spiriti, beviamo il “calice” del Signore e siamo battezzati col suo “battesimo”.

Oggi, il mondo si allontana da Cristo. È l’aspetto più desolante, il più tragico, il più terribile degli eventi del nostro tempo. Perdere Cristo una seconda volta, come Adamo l’ha perso nel Paradiso, come è possibile?

Dobbiamo sopportare le piccole afflizioni della nostra vita quotidiana e non cadere nella rabbia, nell’odio o in qualunque cosa di questo genere; così, vedremo la sofferenza dell’uomo e non i suoi lati cattivi. Anche nei più piccoli dettagli della vita, dimorate nello spirito dove è il Signore, al di là del “velo” dell’Ottavo giorno. Rimanete là in spirito, ma, con il corpo, abituatevi a vivere nelle condizioni concrete della vostra vita. Lo spirito dell’uomo è messo in queste condizioni per cominciare a percepire l’Essere. Il Signore si comporta spesso con noi come se non comprendesse la nostra debolezza. Non si potrebbe sopportare questo mondo se Cristo non fosse Dio. Ma se è Dio, tutto è possibile. E diciamo a questo Padre – poiché è nostro Padre! – in tutte le nostre sofferenze: “Gloria a te, Dio Altissimo, gloria a te nei secoli dei secoli”.

Non mi ricordo se ho già risposto alla domanda che uno di voi mi aveva posto per iscritto: “Quando Israele ha ricevuto l’adozione filiale?”. Mi occorre forse dire due parole sull’argomento.

Quando nella preghiera ci rivolgiamo a Dio, non andiamo, secondo il consiglio del padre spirituale Atonita di cui voi ho parlato più su, a chiedergli piccole cose; ci si rivolge a Dio, che è grande, per grandi cose. Tuttavia, anche qui, distinguete il “momento” in cui si conclude il mondo etico e quello in cui comincia l’ontologia divina… Nei salmi si trova l’espressione seguente: Tuo sono io: salvami (Psalmo 118, 94). Quando le pronunciamo, queste parole possono sembrarci eccessive. Come mai io, un uomo, posso dire a Dio: “sono Tuo: salvami”? Dio avrebbe dunque bisogno di me? Ciò che faccio è così grande che Dio deve venire incontro a me? È tuttavia un momento in cui Dio dice improvvisamente all’uomo: Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato (Psalmo 2, 7). Quando preghiamo: “Tuo sono io: salvami”, non dobbiamo superare il piano etico. Possiamo realmente chiedere l’adozione filiale, ma senza potere affermarla a nostro proprio proposito come un fatto compiuto. Ciò è possibile soltanto a Dio. È un passo realmente assurdo ricercare, come Adamo al paradiso, la deificazione facendo a meno di Dio. È soltanto quando Dio stesso porta questo correttivo dicendo: “Sì, sei il mio figlio”, che l’adozione prende un carattere definitivo, eterno.

Dire “sono Tuo: salvami”, implica che, nei limiti della mia natura etica, “non vedo nessuno migliore di te. Ma ciò non significa che sia il tuo figlio, almeno finché non testimoni tu stesso che lo sono realmente”. Nei tre Evangeli sinottici, è scritto che si udì la voce del Padre che proclama a proposito di Gesù: Questo è il mio Figlio, ascoltatelo (Cf Matteo 17,5; Marco 9,7; Luca 9,35). La testimonianza del Padre stesso fu così necessaria per confermare con forza la realtà della affermazione che Gesù Cristo è proprio il Figlio del Padre.

Temo di superare la misura e di stancarvi oltre le capacità umane. Perdonatemi e terminiamo. Ringraziamo la Madre di Dio, che ha messo al mondo il Verbo del Padre, Verbo più santo di tutti i santi…

Pubblicato nella rivista Contacts, 45, 3 (no. 163), 1993.

Traduzione a cura di © Tradizione Cristiana

 

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