NICOLAJ V. GOGOL

 

 

Meditazioni sulla Divina Liturgia

 

 

 

Traduzione Italiana, presentazione e note

a cura di
 

PAPAS DAMIANO COMO

 

 

II EDIZIONE

“ORIENTE CRISTIANO” – PALERMO
 

1972

 

 

NB Tradizione Cristiana: sia la traduzione dell’ediz. del 1963 che le note dell’ediz. del 1972 curate dal Como sono state qui in una parte revisionate e/o integrate, seguendo tra l’altro una recente edizione della traduzione greca (Sacro Monastero di Paràklitos, 2001). Abbiamo distinto le aggiunte, segnalandole tra parentesi quadra [ ] e segnalandone altre tra asterisco * *, non identificate nel testo greco, che probabilmente sono in uso nella liturgia slava. Il presente testo non è quindi conforme in tutto alle edizioni menzionate.

 

Presentazione

Prefazione

Introduzione

Proskomidìa o Preparazione parte I

Liturgia dei catecumeni parte II

Liturgia dei fedeli parte III

Conclusione

 

 

 

 

PRESENTAZIONE
 

Nicola Vasiljevic Gogol (1809-1852), nel quadro dei grandi scrittori russi del XIX secolo, ha il posto d'onore ed è considerato come il fondatore del realismo, di un realismo venuto fuori, con un processo assai rapido, dal romanticismo, in un momento in cui sulla scena russa dominavano melodrammi romantici e commedie adattate ad imitazione di quelle francesi. Egli è il creatore di un realismo, possiamo dire, soggettivo, in quanto in tutte le sue opere non mancano elementi moralizzanti, che hanno dato in seguito alla letteratura russa una direzione nuova che dalla classicità di un Puskin si orienta verso un'ispirazione etico religiosa, le cui tracce s'incontrano man mano presso quasi tutti gli scrittori russi, tanto filosofi che teologi, come Chomiakov, Solovjov, Bulgàkov, Berdiàjev, quanto romanzieri come Dostojèvskij e lo stesso Tolstoj.

Nato nel 1809 a Sorocintsy, in Ucraina, da genitori di origine casacca, nutrì sempre una particolare predilezione per la sua terra, attratto dai ricordi della prima fanciullezza e dalla storia del suo popolo, così ricca di gesta e di leggende folcloristiche. Anche quando dovette andare all'estero (e il suo lungo soggiorno lo portò in Germania, Svizzera, Italia e Francia) come quando tornò dal suo pellegrinaggio durato 12 anni, era assillato, in un continuo crescendo, più che dal suo fisico malconcio, dal suo animo profondamente tormentato nella ricerca di un cristianesimo che fosse l'espressione vivente del messaggio evangelico di Cristo. Pur ispirandosi a reminiscenze e ad osservazioni che traevano spunto dalla leggenda, seppe colorire con la sua penna di artista moralista tutti i suoi scritti palpitanti del realismo di cui era maestro. E questi volle profondere al suo popolo, riscuotendo non sempre consensi quanto aspre critiche dovute ad oppositori dell'ambiente progressista che il critico Bjelinskij riassunse in una sua famosa lettera aperta.

Gogol, autore di «Le veglie presso la fattoria di Dikanka», di «Mirgorod», di «Revizor» (L'Ispettore generale), che viene considerata come l'opera di maggior rilievo della sua gioventù, di numerosi racconti come «Vij», «Il cappotto», «Le memorie di un pazzo», «Il ritratto» ecc., giudicati generalmente come i capostipiti di tutta la letteratura realistica russa, deve la celebrità alle «Anime morte», opera assai discussa e di cui non ci rimane che la sola prima parte. Le elucubrazioni del suo spirito inquieto, difatti, l'avevano portato a correggere nella seconda parte delle «Anime morte» i difetti e i vizi del popolo russo descritti nella prima, trattando delle qualità e delle virtù di questo popolo con uno stile tutto proprio che ha il suo fulcro in un malcelato messianismo in cui la triade classica, ortodossia, autocrazia e popolo russo, costituisce l'argomento più veritiero e più discusso. Ma nemmeno di questa seconda parte del suo capolavoro fu contento e, per suo ordine, venne distrutta poco prima della sua morte.

L'interesse e l'amore che nutriva per la sua letteratura non lo distoglievano dalla sua fede cristiana, ma, al contrario, la conoscenza più profonda di questa, rendendolo suscettibile dei suoi difetti, lo portava a dare sempre nuove direzioni alla sua produzione letteraria.

Egli non fu mai cattolico, sebbene del cattolicesimo nutrisse la più alta stima. Conobbe e meditò, specialmente durante il suo lungo soggiorno romano, l'«Imitazione di Cristo» né tralasciò di approfondire le fonti tradizionali della pietà russa: Giovanni Crisostomo, Efrem Siro, Macario d'Egitto, Ticone di Zadonsk. Tuttavia, mentre ripeteva alla madre «cercate di vedere in me il vero cristiano e non il letterato», nel dare un saggio delle sue nuove convinzioni, scriveva: «La nostra religione e la cattolica sono eguali in tutto e quindi non vedo la necessità di cambiare l'una con l'altra. L'una e l'altra sono vere; l'una e l'altra riconoscono lo stesso divino Salvatore, la stessa divina Sapienza che visitò la nostra terra e vi subì la più obbrobriante umiliazione per sollevare la nostra anima e per avviarla al Cielo. Per ciò che riguarda i miei sentimenti religiosi non dovete dubitare per nulla».

 In seguito, però, vedendo accusata la Chiesa ortodossa, abbandonerà l'opinione sulla eguaglianza delle due Chiese: «... noi generalmente conosciamo male la nostra Chiesa… La nostra Chiesa deve essere santificata in noi, non nelle nostre parole. Dobbiamo essere la nostra Chiesa e da noi si deve annunciare la sua verità. Dicono (i cattolici) che la nostra Chiesa è immobile. Dicono una falsità, poiché la nostra Chiesa è vita; ma deducono logicamente il loro errore…: noi siamo cadaveri, non già la nostra Chiesa; e, secondo noi, essi hanno chiamato la nostra Chiesa un cadavere… Possediamo un tesoro inestimabile e non ci curiamo di conoscerlo, nemmeno sappiamo dove l'abbiamo… Questa Chiesa che, qual vergine casta, sola si conservò dai tempi apostolici nella sua originaria purezza immacolata, questa Chiesa che con tutti i suoi profondi dogmi e i più minuti riti esterni scese quasi direttamente dal cielo per il popolo russo, che sola è in grado di sciogliere tutti i nostri dubbi e di chiarire le nostre questioni, che può fare un miracolo inaudito davanti a tutta l'Europa… questa Chiesa è da noi ignorata! E questa Chiesa, fondata per la vita, noi fin qui non l'abbiamo ancora innestata nella vita!».

Ed è per questa Chiesa, per metterne in risalto la sua dottrina, che Gogol si dedica adesso con uno studio più approfondito alla liturgia e scrive: «Meditazioni sulla divina Liturgia». Egli ha inteso con questa sua opera spiegare al suo popolo il senso intimo delle parole nascosto nel simbolismo liturgico dei gesti e delle cerimonie. Già i russi conoscevano pubblicazioni come Navaia Skrijal (Le nuove Tavole della Legge) e ancor più «La spiegazione storica, dogmatica e mistica della Liturgia» di Dmitrevski, e di questi testi ne circolavano, specialmente a Mosca, varie edizioni, ma Gogol volle fornire i suoi fedeli di un testo più facile, alla portata di tutti, più maneggevole, anonimo e a basso costo. A questo scopo si procurò i testi originali greci delle Liturgie di S. Basilio e di S. Giovanni Crisostomo, se li fece tradurre in latino, consultò l'Euchologium graecorum di Goar, pubblicato a Parigi nel 1645, i commentari dei Padri e vari altri trattati liturgici che gli fu possibile procurarsi. Era sempre assillato di iniziare i fedeli alla liturgia e di far loro meglio apprezzare le ricchezze in essa contenute: ciò appare chiaro meditando ancor oggi queste pagine così palpitanti di spiritualità. Esse ci spiegano come mai l'anima profondamente religiosa di quel popolo è rimasta tale e non si è piegata, anche dopo le prove e i capovolgimenti così radicali di questo ultimo mezzo secolo. Ed anche in questo, Gogol fu un precursore. La pubblicazione del suo manoscritto, composto nell'ultimo scorcio della sua vita, avvenne nel 1857, qualche anno dopo la sua morte, per essere poi ancora ristampato nel 1859 e inserito nei volumi che contengono le sue opere al completo.

Gli ultimi tempi della vita di Gogol furono piuttosto sereni, essendo riuscito a superare le sue varie crisi religiose. Con preghiere e digiuni si preparò alla morte che sentiva vicina. Serenamente ricevette il santo Viatico e l'Olio santo, ascoltò la lettura dei Vangeli e, con la candela in mano, versando calde lacrime, piamente spirò il giovedì 4 marzo 1852, secondo il calendario giuliano.

Che Gogol abbia sofferto per un certo squilibrio nervoso è cosa certa, ma secondaria e poco originale: tanti altri uomini di eccezionale genio hanno sofferto come lui. Il valore del dramma che egli ha vissuto sta nell'essersi consumato nella ricerca di una forma letteraria al servizio della verità per il bene dei suoi compatrioti. Non è stato compreso. Tuttavia egli ha aperto la via e ha indicato la direzione a tutti quelli che in Russia e altrove si sono sforzati di far ritornare Cristo nella vita.

Con questa prima traduzione italiana di «Meditazioni sulla divina Liturgia», che presentiamo ai nostri lettori, intendiamo dare un pascolo salutare per la loro vita spirituale, sicuri che ne usciranno commossi ed estasiati: che quella candela, simbolo di fede e di speranza, che Gogol morente tenne in mano, sia per tutti i cristiani la fiaccola che ci unisca nella preghiera affinché questo grande popolo russo, dopo tutte le gravissime sofferenze, possa nuovamente e coraggiosamente incontrarsi con il Cristo del suo Gogol, con il Cristo delle sue iconi, anelato universalmente da tutti i credenti in Lui.

 

papas damiano como

 

 

 

 

 

PREFAZIONE

 

Scopo di questo libro è di mostrare con quale ampiezza e con quale profonda unità interna si svolge la nostra Liturgia e di esporla ai giovani e a tutte quelle persone che ancora non hanno avuto modo di approfondirne il significato. Tra i numerosi commenti tramandatici dai Santi Padri e dai Dottori della Chiesa, abbiamo scelto solo quelli che sono alla portata di tutti per la loro semplicità e che servono soprattutto a far comprendere il passaggio regolare e necessario da un'azione liturgica ad un'altra. È nell'intento dell'autore che pubblica questo libro di radicare nello spirito del lettore la nozione dell'ordine che ne coordina lo svolgimento, persuaso che coloro che con attenzione seguiranno la Liturgia ne vedranno chiaramente svelato il significato interno e profondo.

 

 

 

 

INTRODUZIONE

 

La divina Liturgia è il perenne rinnovamento del sublime eccesso di amore compiuto per noi. Afflitta per noi per i suoi disordini, l'umanità, da ogni dove, da ogni angolo remoto della terra invoca il suo Creatore; anche coloro che dimoravano nelle tenebre del paganesimo e che non conoscevano Dio convenivano che l'ordine e l'armonia non potevano regnare nell'universo se non per volontà di Colui che fa muovere in un armonioso ordinamento il mondo da lui creato.

Ogni essere invocava l'Autore della sua esistenza con alte grida e queste risuonavano ancora più forti sulle labbra degli eletti e dei profeti. Essi presentivano e sapevano che il Demiurgo, nascosto negli esseri, si sarebbe presentato di persona, faccia a faccia agli uomini, che non sarebbe apparso sotto altra forma se non come creatura, fatta a sua immagine e somiglianza.

L'incarnazione di Dio sulla terra era presentita da tutti, man mano che la cognizione del Creatore andava perfezionandosi. Tuttavia in nessun luogo s'era parlato di essa chiaramente se non presso i profeti del popolo eletto di Dio. E l'incarnazione più pura a cominciare dalla Vergine era attesa anche presso i pagani, sebbene solo i profeti l'avessero annunziato con inequivocabile chiarezza.

Le suppliche vennero esaudite: apparve nel mondo Colui «per il quale il mondo fu creato». Venne da noi sotto forma di uomo, così come avevano presentito e previsto anche i pagani pur nella loro profonda oscurità – non tuttavia come se l'era raffigurata la loro immaginazione grossolana ed impura: non orgoglioso nel suo splendore e nella sua grandezza, non giustiziere di crimini né come giudice che viene a sterminare gli uni e a premiare gli altri. No. La sua apparizione avvenne in una maniera propria a DIO solo.

 

 

 

«I riti compiuti nella Pròtesis sul pane offerto sono un racconto pra­tico della passione del Cristo; essi sono infatti un ricordo di questa; quanto soffrì per noi e la sua morte. E così la morte del Signore è qui annun­ciata non solo da ciò che i sacerdoti dicono ma da ciò che essi compiono. “L'Agnello di Dio è immolato – egli dice – Colui che toglie il peccato del mondo”. Formule e gesti simboleggiano le circostanze di questa morte. Il sacerdote, infatti, incide la croce nel pane, significando così come si è compiuto questo sacrificio, cioè per mezzo della croce. Dopo taglia il pane nella parte destra, mostrando con questa incisione del pane la piaga del costato (del Signore). Appunto per questo chiama Lancia l'oggetto metallico fatto a forma di lancia... E mentre rievoca questi fatti con dei gesti, il sacerdote pronunzia le storiche parole: “E uno dei soldati con la sua lancia trafisse il costato”. Così il sangue e l'acqua che ne sgorgarono il sacerdote li rievoca con le parole e li rappresenta con questi gesti: versa nel sacro Calice vino ed acqua, dicendo questa frase: “E subito ne uscì sangue ed acqua”. Sono queste la commemorazione del Signore e la descrizione della sua morte».

 

(N. Cabasilas – La divina Liturgia – VIII, 3. PG. 385 A-B).

 

 

 

 

 

 

 

 

PARTE I

 

PROSCOMIDIA O PREPARAZIONE

 

Preparazione spirituale

Il sacerdote cui incombe celebrare la Liturgia, fin dalla vigilia, deve essere sobrio nel corpo e nello spirito. Bisogna che egli sia riconciliato con tutti. Eviti di nutrire risentimenti con chicchessia. La sera, dopo aver recitato le preghiere prescritte, dovrà vivere in spirito di santità pensando a ciò che l'attende l'indomani, e questo pensiero venga santificato e anticipatamente meditato.

 

Preghiere introduttive

All'ora stabilita, si recherà in chiesa accompagnato dal diacono. Essi si inchineranno profondamente davanti alla «Porta Regia»[1], baceranno la icone del Salvatore e quella della Madre di Dio, s'inchineranno ancora davanti alle iconi degli altri Santi[2]; dopo aver domandato perdono all'assemblea dei fedeli con un triplice inchino in forma di saluto, prima a destra e poi a sinistra, entreranno nel Santuario, recitando a bassa voce il Salmo:

«Entrerò nella tua dimora e m'inchinerò con timore davanti al tuo santo Tempio»[3].

 

Avanzandosi verso l'Altare (che è rivolto ad Oriente), si prostreranno tre volte davanti ad esso e baceranno la sacra Mensa e l’Evangelo che vi è poggiato sopra[4], come se si trattasse del Signore stesso, assiso sul trono. Si prepareranno quindi ad indossare i paramenti sacerdotali, e ciò per separarsi non solo dagli altri uomini ma anche da loro stessi: infatti, non devono apparire preoccupati, come qualsiasi uomo, per le faccende della sublimità del Mistero che li attende.

Fin dall'epoca apostolica, nella celebrazione del culto divino erano in uso questi paramenti distintivi per i celebranti. Sebbene la Chiesa perseguitata non fosse stata in grado di arricchirne lo splendore che sfoggiano ai nostri giorni, tuttavia, da tempo remoto, essa prescriveva rigorosamente ai sacerdoti di non presentarsi in abiti giornalieri per il servizio del culto; come, del resto, proibiva severamente al Clero di recarsi nelle pubbliche vie con i paramenti del servizio divino.

Nell'indossare questi magnifici paramenti, i ministri della Chiesa si rivestono interiormente delle più sublimi e delle più risplendenti virtù spirituali. Ciascuno, poi, indossando i propri, recita dei versetti, tratti dai salmi, che ne spiegano il profondo significato, in modo che l'azione ordinaria del rivestirsi non distragga il loro pensiero ma l'orienti verso il sublime Ministero e, come Aronne, li tenga costantemente preparati nel corpo e nello spirito a presentarsi dinanzi al trono terrificante dell'Altissimo.

Il sacerdote e il diacono prendono tra le mani i propri paramenti, fanno tre inchini rivolti ad Oriente, e dicono sommessamente:

«O Dio, sii propizio a me che sono peccatore ed abbi pietà di me»[5].

Vestizione del diacono

Il diacono, recando in mano lo stichàrion[6] e l’oràrion[7], li presenta per farli benedire al sacerdote e, avendone ottenuta la benedizione, si scosta e se ne riveste. Contemporaneamente anche il sacerdote indossa lo stichàrion, che viene chiamato podriznik[8], e che consiste in una lunga tunica quasi uguale a quella dei sacerdoti del Vecchio Testamento. Lo stichàrion è sempre di color chiaro, risplendente; vuol simboleggiare e i parati scintillanti degli angeli e la purezza immacolata del cuore, attributo inscindibile dell'ordine sacerdotale.

Quando il diacono indossa lo stichàrion, così come quando il sacerdote veste il podriznik, viene recitata la preghiera:

«Esulterà l'anima mia nel Signore; m'ha rivestito, infatti, di un abito di salvezza e mi ha ravvolto in una tunica di gaudio; come a sposo, ha posto su di me una corona, mi ha ornato di gioie come novella sposa»[9].

 

Infine bacia e fa girare attorno alla sua spalla sinistra il lungo e stretto oràrion, ornamento distintivo della dignità diaconale: con esso il diacono indica l'inizio di ogni cerimonia ecclesiastica ed invita il popolo alla preghiera, il coro al canto, il celebrante ad adempiere la sua missione e se stesso ad imitare la sollecitudine e la diligenza degli angeli. E infatti, durante la Liturgia, il ministero del diacono è identico a quello di un angelo del cielo: la lunga e stretta stola, che scende dalla sua spalla e che gli svolazza dietro, rassomiglia ad una ala che sta nel cielo; i suoi andirivieni nella chiesa, ci richiamano alla mente – secondo l'espressione di S. Giovanni Crisostomo – il volo di un angelo. In seguito il diacono mette le epimanìkia[10] che fermano le maniche attorno al polso, in modo che le mani abbiano più libertà di movimento durante i sacri riti. Prendendoli, egli pensa alla forza di Dio che crea tutte le cose ed agisce in ogni cosa. E, mettendo la manichetta al braccio destro, dice:

«La tua destra, o Signore, si è mostrata grande nella potenza; la tua mano destra ha distrutto i nemici e con la grandezza della tua gloria hai annientato i tuoi avversari»[11].

 

Mettendo poi la manichetta sinistra, pensa a se stesso, opera venuta fuori dalle mani di Dio, e prega il Salvatore di guidarlo dall'alto dei cieli e di accompagnarlo con la sua mano sovrana. Egli dice:

«Le tue mani mi hanno fatto e mi hanno plasmato, istruiscimi ed osserverò i tuoi precetti»[12].

 

Vestizione del sacerdote

Ecco adesso come si veste il celebrante. Innanzitutto egli benedice ed indossa lo stichàrion recitando le stesse preci del diacono; in seguito egli indossa non il semplice oràrion che ricade su una spalla, ma il doppio oràrion, che copre le spalle e circonda il collo e le cui estremità si ricongiungono alla altezza del petto e discendono unite parallelamente fino all'estremità inferiore dello stichàrion. Questo paramento, chiamato epitrachìlion[13], simboleggia l'effusione della grazia celeste sul sacerdote. Quest'atto è accompagnato dalle maestose parole della Scrittura:

«Benedetto sia Iddio che effonde la sua grazia sui suoi sacerdoti: qual profumo di mirra cosparge la testa, scorre giù sulla barba, la barba di Aronne, per scendere poi fino all'orlo della sua veste»[14].

 

Dopo mette le manichette recitando le stesse preghiere del diacono; quindi la cintura[15], che ferma il podriznik e l’epitrachìlion in modo che l'ampiezza dei parati non l'impaccino durante la celebrazione, e che simboleggiano la sua sollecitudine nel servire Dio: ogni uomo, infatti, si cinge nel mettersi in cammino, nell'intraprendere un'azione importante o un grande affare. Il sacerdote dunque si cingerà nel momento in cui si mette in cammino per compiere il suo celeste ministero. Egli considera questa cintura come la forza divina che lo fortifica; ed allora dice:

«Sia lodato Dio che mi cinge di forza e che rende il mio cammino irreprensibile...»[16].

 

Il celebrante, se è un dignitario, porta sul fianco l'epigonàtion[17], ornamento che simboleggia il potere spirituale, la forza invincibile della parola divina. Ci richiama la lotta diuturna che incombe sull'uomo quaggiù ovvero la vittoria riportata da Cristo sulla morte affinché la nostra anima immortale lotti validamente contro la propria corruzione. Per questo sull’epigonàtion, a forma romboidale, vi è raffigurata una tremenda arma di battaglia. L'epigonàtion viene sospeso alla cintura e scende sul fianco dove si trova la forza dell'uomo. Cingendosi di esso, il sacerdote recita la seguente invocazione:

«Cingi il tuo fianco della spada. Tu che sei potente, per tuo splendore e per tuo ornamento; tendi l'arco, avanzati e regna per la verità, la mansuetudine e la giustizia: la tua destra ti guiderà in maniera ammirabile»[18].

 

Infine, per completare il suo abbigliamento, il sacerdote indossa il felònion[19], paramento che copre tutti gli altri e che simboleggia la giustizia di Dio, che supera e ricopre ogni cosa, e prega così:

«I tuoi sacerdoti, o Signore, si rivestiranno di giustizia e i tuoi santi esulteranno di gioia[20] adesso e sempre e nei secoli dei secoli. Amìn».

 

Rivestito dei suoi paramenti sacerdotali, il celebrante adesso è tutto un altro uomo. Nel santuario, chiunque egli sia, anche se poco degno, da questo momento è considerato da tutti i fedeli come uno strumento divino che dirige lo stesso Spirito Santo.

 

Lavabo

Il sacerdote e il diacono si lavano le mani recitando il salmo:

«Laverò nell'innocenza le mie mani, e andrò attorno al tuo Altare, o Signore, per udire la voce di tua lode e narrare tutte le tue meraviglie. Signore, ho amato la maestà della tua casa e il luogo di dimora della tua gloria»[21].

 

Quindi fanno assieme tre inchini, accompagnandoli dal segno della Croce, e dicono: «O Dio, sii propizio a me che sono peccatore ed abbi pietà di me»[22]. Si drizzano purificati e raggianti come le loro splendenti vesti: in loro non vi è più niente che assomigli agli altri uomini; più che esseri umani, ci appaiono quasi celestiali figure di una estatica visione.

Il diacono da il segnale dell'inizio della celebrazione col seguente invito:

«Benedici, o mio Signore!»,

 

e il celebrante inizia:

«Benedetto sia Iddio nostro, adesso e sempre e nei secoli dei secoli».

 

All'altarino della Pròtesis

Dopo ciò, si recano all'altarino laterale[23]. Tutta questa seguente parte del servizio divino ha come scopo di preparare quanto è necessario al sacrificio, e cioè di tagliare dal pane, che rappresenta il corpo di Cristo, delle particelle che verranno poi offerte e consacrate.

Quest'Altare laterale, a sinistra di quello centrale, viene chiamato Pròtesis[24], a motivo dell'offerta dei pani che vi si compie; esso ci ricorda il posto dove, nella Chiesa primitiva, venivano deposte dai cristiani le offerte necessarie per la celebrazione e per la cena comune.

L'insieme della Proskomidìa non è che la preparazione della Liturgia, e la Chiesa vi riconnette il ricordo dei primi anni di Cristo, quando si preparava ai grandi momenti della sua vita pubblica. Questa azione si svolge interamente all'interno del Santuario, dietro le porte chiuse e le tende sbarrate, al riparo dagli sguardi dei fedeli, così come la prima parte della vita di Cristo venne trascorsa inosservata agli occhi del popolo.

Durante questo tempo, i fedeli sono occupati nella recita delle Ore, sequenza di salmi e preghiere che i cristiani recitavano nei quattro momenti più importanti della giornata: la Prima, quando, secondo il computo liturgico, ha inizio il mattino; la Terza, l'ora quando lo Spirito Santo discese sugli Apostoli; la Sesta, l'ora quando il Redentore venne inchiodato sulla Croce; la Nona, l'ora quando Egli spirò.

Le Ore attualmente vengono riunite e recitate di seguito, dato che i cristiani di oggi, a causa dei tempi e delle incessanti preoccupazioni, non le possono recitare nel tempo prescritto.
 

Preparazione della materia del Sacrificio

Intanto il sacerdote, all'Altare della Pròtesis, comincia col prendere una Oblata[25] e ne ricava, infiggendovi la Lancia, la parte centrale che porta impresso il monogramma di Cristo[26], raffigurando con quest'atto la maniera come Cristo prese carne da Maria Vergine, come avvenne la nascita carnale dell'Essere non carnale. Meditando la nascita di Colui che si è offerto vittima per la salvezza del mondo, il sacerdote vede nell'oblata un agnello donato in sacrificio, e nella Lancia[27], necessaria per cavarne l'ostia, la Lancia del sacrificio, avendo questa appunto la forma di Lancia in ricordo di quella che, sulla Croce, trafisse il costato del Salvatore.

Adesso egli accompagna questa azione non con le parole del Salvatore né con quelle dei testimoni contemporanei all'avvenimento; egli non si riporta col pensiero al tempo quando si compì questo sacrificio: ciò avverrà più tardi, nell'ultima parte della Liturgia; ora si limita a prevederlo nel futuro.

Al pari degli uomini di cui è detto che videro la luce tra le tenebre, egli guarda la luce che va innanzi a lui. Come il profeta Isaia, col suo sguardo lungimirante, prevedeva l'avvenire, così il sacerdote, già dalla Proskomidìa, guarda profeticamente alla celebrazione futura e, unendosi col pensiero al profeta, egli accompagna ciascuna azione con le parole di Colui che, dai secoli più remoti, vaticinava questa mirabile nascita, questa immolazione e questa morte.

 

Preparazione dell'Amnòs o Ostia grande

Sprofondando la Lancia nel lato destro del monogramma, dice:

«Come pecora venne condotto al macello»[28];

 

poi nel lato sinistro:

«E come agnello immacolato, muto davanti al tosatore, così Egli non apre la sua bocca»[29];

 

poi nella parte superiore dell'impronta:

«Nella sua umiliazione, venne esaltata la sua condanna»[30];

 

infine, nella parte inferiore pronunziando le parole del profeta che, immerso nella riflessione, si spiega il motivo profondo dell'Agnello condannato a morte:

«Chi saprà spiegare, dunque, la sua generazione?»[31].

 

Allora, con la Lancia, solleva la parte centrale così tagliata dicendo:

«Poiché è stata recisa dalla terra la sua vita»[32],

 

e nell'inciderla, in forma di croce, dice:

«Viene immolato l'Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo, per la vita e la salvezza del mondo»[33].

 

Infigge quindi la punta della Lancia nel lato destro dell'Amnòs, ricordando così l'immolazione della vittima e il colpo di Lancia inferto nel costato del Salvatore dal centurione che stava ai piedi della Croce, e dice:

«Uno dei soldati gli aprì il costato con la lancia, e subito ne uscì sangue ed acqua; e colui che ciò vide ne rende testimonianza e la sua testimonianza è vera»[34].
 

Preparazione del vino e dell'acqua

E queste parole sono il segnale per il diacono di versare vino e acqua nella coppa santa. Questi, che ha assistito con devozione a tutto quanto è stato fatto dal sacerdote, ripete tra sé: «preghiamo il Signore» e versa vino ed acqua nel Calice, domandando al sacerdote di benedirli.

Viene così preparato il pane e il vino in vista della trasmutazione che avrà luogo nel corso della celebrazione dei sublimi misteri. Dopo ciò, il sacerdote, seguendo una santa e antica usanza e un rito della Chiesa primitiva, si occupa delle altre oblate, ne taglia delle particelle in memoria dei morti e dei vivi e le pone a lato dell'Amnòs, che rappresenta il Signore.

 

Particella in onore della Vergine

Prendendo nelle mani la seconda oblata, ne stacca un pezzetto, a forma di triangolo, in onore e in ricordo della nostra sempre benedetta Sovrana Maria Madre di Dio rimasta Vergine, e lo pone a destra dell'Amnòs, dicendo le parole profetiche del Salmo 44:

«La regina sta alla tua destra, ravvolta in un manto d'oro e ornata di variopinto abbigliamento»[35].
 

Particole in onore dei Santi

In seguito prende la terza oblata in memoria dei Santi, ne stacca, con la Lancia, nove particole e le pone in tre file, ciascuna di tre. La prima particola in onore e memoria di S. Giovanni Battista; la seconda, in onore dei Profeti; la terza, degli Apostoli: termina così di disporre la prima fila e il primo ordine dei Santi. Continua staccando la quarta particola in memoria dei Pontefici; la quinta, dei Martiri; la sesta, dei nostri venerabili e teofori Padri e Madri della fede: completa così la seconda fila e il secondo ordine dei Santi. Prosegue quindi staccando una settima particola in memoria dei Taumaturghi e degli Anarghiri; una ottava, in ricordo dei Progenitori del Signore, Gioacchino ed Anna, e del Santo del giorno; una nona, in memoria di S. Giovanni Crisostomo o di S. Basilio il grande, a secondo che la Liturgia che si celebra sia dell'uno o dell'altro: finisce così la terza fila e il terzo ordine dei Santi. Tutte queste nove particole le ha disposte sul Discàrion[36], a sinistra del santo Pane.

Il Cristo così appare in mezzo a coloro che gli sono più vicini. Egli, che abita nei Santi, si mostra ai nostri occhi tra i suoi Santi.
 

Ricordo dei vivi

Prendendo ancora il sacerdote la quarta oblata per ricordare i vivi, ne stacca delle particelle[37] per tutto l'Episcopato ortodosso, per il S. Sinodo, per i Patriarchi, per i Governanti e le loro famiglie, per i cristiani ortodossi e per coloro che desidera raccomandare in particolare o per quelli che gli hanno espressamente chiesto di essere raccomandati.

 

Commemorazione dei defunti

Prende infine una quinta oblata e ne stacca delle particole per commemorare i morti, pregando perché vengano liberati dalle loro colpe: li nomina tutti, a cominciare dai Patriarchi, dai Regnanti, dai Fondatori della Chiesa ove celebra, dal Vescovo che l'ha ordinato sacerdote, s'è già defunto, e fino a ricordarsi dei cristiani più dimenticati. Stacca ancora delle particole per i defunti che gli sono stati raccomandati dai fedeli e per coloro di cui egli vuol ricordare la memoria. Infine, egli domanda perdono per i propri peccati e stacca un'ultima particola per se stesso.

Tutte queste particole, in memoria di quelli per i quali egli si ricorderà durante la celebrazione, le dispone sul Discàrion, in basso. In questa maniera, attorno al santo Pane, attorno all'Agnello, figura di Cristo, è riunita tutta la sua Chiesa: la «trionfante nei cieli» e la «militante sulla terra». Il Figlio dell'uomo appare quasi in mezzo agli uomini per i quali Egli si è incarnato e si è fatto uomo.

Con una spugnetta[38] il celebrante riunisce adesso con cura le più piccole particole disposte sul Discàrion.

Scostandosi quindi dall'altarino della Pròtesis, il sacerdote s'inchina come farebbe al cospetto dell'Incarnazione del Cristo e, sotto le specie del pane, preparate nel Discàrion, egli saluta l'apparizione del pane celeste sulla terra. Egli rende onore a questo Pane col profumo dell'incenso e, avendo benedetto l'incensiere, recita questa preghiera:

«Ti offriamo questo incenso, o Cristo Dio nostro, in odore di soavità spirituale; accettandolo nel tuo sovraceleste Santuario, inviaci in contraccambio la grazia del tuo santissimo Spirito».

 

Simbolismo della Pròtesis

Riportandosi con la mente al tempo e al luogo dove avvenne la nascita di Cristo e ricollegando così il passato al presente, il sacerdote vede, nella Pròtesis, la grotta misteriosa in cui si degnò nascere il Salvatore, quando il cielo venne traslocato sulla terra e quando esso divenne grotta e questa si cambiò in cielo[39]. Dopo aver incensato la Stella[40], la pone sul Discàrion, a simboleggiare l'astro che guidò i magi alla grotta dove stava Dio bambino e dice:

«E la stella, che camminava, si fermò all'altezza dove era il Bambino con Maria sua madre»[41].

 

Avendo incensato il primo velo[42], ne copre il Discàrion e recita i seguenti versetti del salmo nel quale, con chiara allusione, viene rievocata l'immolazione dell'Essere supremo: nel santo Pane, viene raffigurato il Bambino Gesù; nella patena, la mangiatoia dove è stato adagiato; nei sacri veli, i panni con cui è stato avvolto:

«Iddio ha stabilito il suo regno, si è ammantato di splendore; il Signore si è rivestito di potenza e se ne è cinto»[43],

 

e questi versetti sono un inno alla meravigliosa maestà del Signore. Dopo aver incensato il secondo velo, il sacerdote ne copre il Calice dicendo:

«La tua virtù ha ricoperto i cieli, o Cristo, e la terra è piena della tua lode»[44].

 

Prende quindi il velo più grande, chiamato Aere, copre Discàrion e Calice, e prega Iddio di coprirci col velo protettore delle sue ali. Dopo, scostandosi dalla Pròtesis, s'inchina, come fecero i pastori e i magi davanti al Bambino Gesù, e incensa la grotta: questo rito ci richiama alla mente il profumo dell'incenso e della mirra offerti dai magi assieme all'oro[45].

 

Preghiere finali o Apòlisis

Così come prima, il diacono ha assistito con attenzione allo svolgimento di ogni azione e ha ripetuto l'invocazione «Preghiamo il Signore», indicando nel contempo anche l'inizio di ogni parte del sacro rito. Dopo ciò, ricevuto dalle mani del sacerdote l'incensiere, ricorda al sacerdote la preghiera che bisogna indirizzare al Signore a proposito delle offerte già preparate, e dice:

«Per i preziosi doni preparati, preghiamo il Signore».

 

E il sacerdote si dispone alla preghiera. Sebbene questi doni non siano che dei preparativi in vista dell'offerta, tuttavia, dato che d'ora innanzi non possono essere destinati ad altro uso, il sacerdote, prevedendone l'accettazione, recita la seguente preghiera della Pròtesis:

«Signore, Dio nostro, che hai inviato qual pane celeste, nutrimento dell'universo, Gesù Cristo, nostro Signore e Dio, nostro Salvatore[46], Redentore e Benefattore, che ci benedice e ci santifica. Tu stesso benedici questa offerta e accoglila sul tuo sovraceleste Altare. Tu, buono e amante degli uomini, ricordati di quelli che l'hanno offerta e di coloro per i quali viene offerta, e custodiscici senza condanna nel compimento dei tuoi divini misteri. Poiché è stato santificato e glorificato il tuttoinsigne e magnifico tuo Nome, del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, adesso e sempre e nei secoli dei secoli»[47].

 

In seguito, egli fa l'Apòlisis[48] della Proskomidìa.

Il diacono incensa, in forma di croce, la Pròtesis e la sacra Mensa nei quattro lati, meditando la nascita «nel tempo» di Colui che è generato dal Padre «prima di tutti i secoli», e dice sommessamente:

«Nella tomba fosti col tuo corpo, negli inferi con la tua anima, come Dio in paradiso col ladrone, e sul trono della tua gloria con il Padre e lo Spirito, o Cristo, che sei incircoscritto e che riempi ogni cosa»[49].

 

Incensamento del tempio e suo significato

Esce quindi dal Santuario, con in mano l’incensiere per riempire di profumo tutta la chiesa, e per salutare tutti coloro che sono venuti ad assistere alla santa cena dell'amore[50]. Questo incensamento ha sempre luogo all'inizio dell'ufficio divino, così come gli antichi popoli di Oriente usavano offrire agli ospiti, non appena entravano nelle loro case, di che lavarsi e profumarsi. Questa usanza è passata tale e quale al banchetto celeste, a questa cena mistica, chiamata Liturgia, in cui l'ufficiatura divina si è unita, in maniera così meravigliosa, all'invito amichevole di sedersi a tavola rivolto dallo stesso Salvatore, da Colui che fu il servitore di tutti.

Incensando e salutando con inchini tutti i presenti senza distinzione, ricchi e poveri, il diacono, nella sua qualità di servitore di Dio, da il benvenuto a tutti, quali ospiti graditissimi del celeste Padrone. Egli incensa nello stesso tempo le iconi dei Santi, poiché anche loro sono ospiti venuti per la mistica cena: in Cristo, tutti sono vivi e uniti.

Dopo aver riempito di profumo di incenso la chiesa, egli rientra nel Santuario che ritorna ad incensare. Poi, lasciato l'incensiere, si avvicina al sacerdote e assieme a questi va a mettersi davanti alla sacra Mensa.

 

Invocazione allo Spirito Santo

In piedi davanti al santo Altare, il celebrante e il diacono si inchinano a tre riprese e, preparandosi a dare inizio alla santa azione della Liturgia, invocano lo Spirito Santo, poiché è lo Spirito che insegna e dirige la preghiera: «Non so dice l'Apostolo – perché e come bisogna pregare, ma lo Spirito Santo intercede per noi con dei gemiti inenarrabili»[51]. Il sacerdote e il diacono pregano lo Spirito Santo perché venga ad abitare in loro e quindi a purificarli, in vista della celebrazione; poi ripetono due volte il canto con cui gli angeli salutarono la nascita di Cristo;

«Gloria a Dio nel più alto dei cieli, e sulla terra pace agli uomini del suo beneplacito»[52].

 

Dopo questa invocazione, viene aperta la tenda, che simboleggia le porte spirituali che si aprono solamente quando dobbiamo elevare il nostro spirito verso i sublimi misteri dell'alto. Qui, l'apertura delle porte spirituali, subito dopo il canto degli angeli, vuol significare che la nascita di Gesù Cristo non fu rivelata a tutti, che solamente gli angeli del cielo, Maria, Giuseppe, i magi, venuti per adorare il Salvatore, e ancora i profeti, che da tempo l'avevano previsto, la conobbero e ne furono spettatori.

Il sacerdote e il diacono pregano segretamente:

«Signore, apri le mie labbra e la mia bocca annunzierà la tua lode»[53].

 

Mentre il sacerdote bacia l'Evangelo, il diacono, baciata la sacra Mensa, inchina il capo, tiene in alto l'oràrion con tre dita, indicando l'inizio della Liturgia, e dice:

«È tempo di offrire il sacrificio al Signore, benedici, o signore».

 

Il celebrante lo benedice con queste parole:

«Sia benedetto Iddio nostro in ogni tempo, adesso e sempre e nei secoli dei secoli».

 

Il diacono, conscio di dovere essere il santo animatore, pensa al servizio che gli incombe, nel corso del quale dovrà rendersi simile all'angelo, volando dall'Altare al popolo e dal popolo all'Altare per fare di tutti i fedeli un'anima sola. Di fronte a questo ministero, riconoscendo la propria indegnità, supplica umilmente il celebrante:

«Prega per me, signore»,

 

e questi risponde:

«Che il Signore diriga i tuoi passi in ogni opera buona»[54].

 

Il diacono ancora insiste:

«Ricordati di me, Padre santo»

 

e il sacerdote:

«Il Signore Iddio si ricordi di te nel suo regno, in ogni tempo, ora e sempre e nei secoli dei secoli»[55].

 

Il diacono pronuncia a bassa voce fiducioso: «Amìn», ed esce dalla porta settentrionale verso il popolo. Salendo sull'ambone, che si trova davanti alle Porte Regie, ripete tra sé ancora una volta:

«Signore, apri le mie labbra e la mia bocca annunzierà la tua lode»[56].

 

Quindi, rivolto verso l'Altare, in modo da essere sentito da tutti, s'indirizza al sacerdote e dice:

«Benedici, signore».

 

Dal fondo del santuario allora il celebrante eleva la voce e canta:

«Benedetto sia il regno del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, adesso e sempre e nei secoli dei secoli».

 

La Liturgia è cominciata.

 

 

 

 

PARTE II

 

LITURGIA DEI CATECUMENI

 

La seconda parte della Liturgia si chiama Liturgia dei Catecumeni[57].

Come la prima parte, la Proskomidìa, corrispondeva ai primi anni della vita di Cristo: alla sua nascita rivelata solo agli angeli e a pochi uomini, alla sua infanzia trascorsa misteriosamente nascosta fino al giorno della sua manifestazione al mondo; così la seconda corrisponde alla sua vita pubblica, tra gli uomini che Egli ha catechizzato con la sua parola di verità. Viene chiamata tuttora Liturgia dei Catecumeni poiché, ai tempi dei primi cristiani, v'erano ammessi solo coloro che si preparavano ad abbracciare il cristianesimo e che non avevano ancora ricevuto il battesimo, per cui erano annoverati tra i catecumeni. D'altra parte, anche la struttura stessa di questa azione sacra, comprendente letture tratte dalle Epistole e dagli Evangeli, è essenzialmente catechetica.

 

Invocazione alla Trinità

Il sacerdote, dall'interno del santuario, inizia la Liturgia con l'invocazione: «Benedetto il Regno del Padre e del Figlio e del Santo Spirito»[58]. L'invocazione alla Trinità precede ed illustra ogni azione liturgica, per lo stesso motivo per cui questo mistero venne rivelato al mondo in maniera manifesta con l'Incarnazione del Figlio. Essa impegna ancor più i fedeli, che già si sono distaccati da ogni mondana sollecitudine, a porsi sotto la protezione del regno della tuttasanta Trinità.

 

Preghiere Ireniche

In piedi sull'ambone, rivolto verso le Porte Regie, tenendo in alto tra le tre dita la stretta benda dell'oràrion, simbolo delle ali angeliche, il diacono, in atteggiamento di angelo che esorta gli uomini alla preghiera, invita l'assemblea dei fedeli a rispondere alle invocazioni che la Chiesa, in questo momento, pone sulle sue labbra e che continua a ripetere fin dall'epoca apostolica[59].

Egli comincia col domandare la pace, senza la quale ci è impossibile pregare. I fedeli, dopo essersi segnati, si sforzano di realizzare, con i loro cuori in preghiera, l'armonia delle corde di un'arpa che ogni invocazione del diacono dovrebbe far vibrare. Unendosi al canto dei cori, essi mentalmente ripetono: «Kyrie eleison», Signore, abbi pietà.

In piedi sull'ambone, tenendo la stola della preghiera che ci richiama l'ala spiegata in alto dell'angelo che sollecita i fedeli, il diacono esorta tutti a pregare per la pace che viene dall'alto e per la salute delle anime nostre; per la pace di tutto quanto il mondo, per la prosperità delle sante Chiese di Dio e per l'unione di tutti; per il santo Tempio e per coloro che vi entrano con fede, devozione e timor di Dio; per i Governanti ed il loro esercito; per la Città, per ogni Città e per i fedeli che vi abitano; per la chiesa ove si celebra la divina Liturgia; per la salubrità del clima, per l'abbondanza dei frutti della terra e per i tempi di pace; per i naviganti, i viandanti, i malati, i sofferenti, i prigionieri e per la loro salvezza, per essere liberati da ogni afflizione, flagello, pericolo, necessità. Congiungendo tutta questa serie di invocazioni chiamate Ectenìe (litanie per la pace)[60], quasi anelli di una catena di preghiere, l'assemblea dei fedeli ad ognuna risponde unendosi al coro dei cantori : «Signore, abbi pietà»[61].

A significare l'inefficacia delle nostre preghiere, prive della purezza dell'anima e della vita celeste, il diacono, indirizzandosi verso le iconi della Madre di Dio e dei Santi, disposte nell'iconostasi, invita i fedeli a ricordarsi di quelli che hanno saputo pregare meglio di noi e che ora in cielo pregano per noi, e a raccomandare noi stessi, gli uni e gli altri, e tutta la nostra vita a Cristo Dio:

Facendo memoria della santissima, intemerata, benedetta sopra ogni creatura e gloriosa nostra Sovrana, la Madre di Dio e sempre Vergine Maria, con tutti i Santi, raccomandiamo noi stessi, e gli uni e gli altri, e tutta la nostra vita a Cristo Dio»].

 

Nel sincero desiderio di offrire noi stessi, gli uni e gli altri, e tutta la nostra vita a Cristo Dio, come sapevano farlo e la Madre di Dio e, con Lei, i Santi e coloro più perfetti di noi, la Chiesa tutta all’unisono col coro esclama:

«A te, o Signore».

 

Glorificazione della tuttasanta Trinità

Questa serie di suppliche, la “Grande Sinaptì”, viene completata dal sacerdote con la glorificazione della tuttasanta Trinità, glorificazione che, come filo conduttore, allaccia tutta la Liturgia dal principio alla fine, inizia e termina ogni atto liturgico. L'assemblea in preghiera esprime la sua adesione con Amìn, così sia.

 

1ª Antifona

Il diacono scende dall'ambone; vengono intonate le antifone. Le antifone (antiphonae) sono dei canti, tratti dai salmi, annunzianti profeticamente la venuta del Figlio di Dio nel mondo; esse vengono cantate alternativamente dai cori.

Durante il canto della prima antifona, il sacerdote, nel santuario, recita una preghiera segreta e il diacono va a porsi davanti all'icone del Salvatore, in atteggiamento di preghiera, tenendo l’oràrion con le tre dita.

Terminato il canto della prima antifona, il diacono sale nuovamente sull'ambone per esortare l'assemblea dei fedeli con questo invito:

«Ancora e poi ancora preghiamo in pace il Signore».

 

L'assemblea risponde: «Signore, abbi pietà». Dirigendo poi il suo sguardo verso la schiera dei Santi (raffigurati nell'iconostasi), il diacono invita ancora a fare memoria della Madre di Dio e di tutti i Santi, a raccomandare gli uni e gli altri, e tutta la nostra vita a Cristo Dio. Il coro, a nome di tutta l'assemblea risponde: «A te, o Signore». Anche questa preghiera termina con la dossologia alla santa Trinità. Tutta la Chiesa risponde con un Amìn di assenso.

 

2ª Antifona

Viene intonata la seconda antifona. Durante questo canto, il sacerdote, nel santuario o Vìma, recita una preghiera segreta, mentre il diacono in atteggiamento di preghiera, tenendo tra le dita la stola diaconale, si porta nuovamente davanti alla icone del Salvatore. Finito il canto, il diacono risale sull'ambone, esortando l'assemblea dei fedeli con queste parole: «Ancora e poi ancora preghiamo in pace il Signore».

L'assemblea risponde: «Signore, abbi pietà».

Il diacono continua:

«Soccorrici, salvaci, abbi pietà di noi e custodiscici, o Dio, con la tua grazia».

 

L'assemblea risponde di nuovo: «Signore, abbi pietà».

In seguito, il diacono:

«Facendo memoria della tuttasanta, immacolata, benedetta sopra ogni creatura e nostra gloriosa Regina, la Madre di Dio e sempre Vergine Maria, insieme con tutti i Santi, raccomandiamo noi stessi, gli uni gli altri, e tutta la nostra vita a Cristo Dio».

 

L'assemblea risponde: «A te, o Signore».

La glorificazione della Trinità chiude la preghiera. Tutti rispondono con un Amìn di assenso. Il diacono discende dall'ambone. Il sacerdote, nell'interno del santuario che ha le porte sbarrate, recita la seguente preghiera segreta:

«Tu che ci hai concesso la grazia di pregare insieme unendo le nostre voci, tu che hai promesso di esaudire le suppliche anche di due o tre riuniti nel tuo nome[62], Tu, anche in questo momento esaudisci in loro favore le suppliche dei tuoi servitori; accordaci nell'ora presente la conoscenza della tua verità e nel secolo futuro la vita eterna».

 

3ª Antifona Beatitudini

Viene quindi intonato ad alta voce dai cori il sublime canto delle Beatitudini, descritte nell'Evangelo di Cristo[63]. L'assemblea, facendo sua la preghiera che il buon ladrone sulla Croce aveva rivolto all'indirizzo del Cristo, esclama: «Ricordati di noi, o Signore, quando sarai giunto nel tuo regno» e ripete con i cantori le parole del Salvatore:

«Beati i poveri di spirito perché a loro appartiene il regno dei cieli», cioè felici gli umili che non si esaltano.

 

«Beati coloro che piangono perché saranno consolati», cioè felici coloro che sono più afflitti per le proprie imperfezioni ed i propri difetti anziché per le offese e gli oltraggi che hanno ricevuto.

 

«Beati i mansueti perché avranno in retaggio la terra», cioè felici coloro che non nutrono collera con chicchessia, che sono inclini a perdonare tutto e ad amare tutti e che hanno per arma una invincibile dolcezza.

 

«Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati», cioè felici coloro che hanno fame della giustizia celeste, che hanno sete di ristabilirla per primo in loro stessi.

 

«Beati i misericordiosi perché riceveranno misericordia», cioè felici coloro che hanno compassione dei loro fratelli e che vedono in quelli che li supplicano il Cristo in persona che implora a loro mezzo.

 

«Beati i puri di cuore perché vedranno Dio», cioè, come lo specchio puro di un'acqua tranquilla e limpida, senza polvere o fango, riflette la purezza del firmamento, così lo specchio del cuore puro, non turbato da alcuna passione, scevro da sollecitudini umane, riflette solo l'immagine di Dio.

 

«Beati i pacifici perché saranno chiamati figli di Dio», cioè felici coloro che, sull'esempio dello stesso Figlio di Dio che è disceso dal cielo per portare la pace nelle nostre anime, arrecano pace e riconciliazione nei focolari, come veri figli di Dio.</