Atti delle sante martiri Agape, Chionia, e Irene

e de’ loro compagni

 

Le sante martiri Agape, Chionia e Irene presso il trono di Cristo

 

 

Agape, Chionia e Irene, giovani cristiane, sorelle di sangue oltre che di fede, soffrirono la passione nei primi giorni di aprile del 304 nella città di Tessalonica, durante la persecuzione di Diocleziano.

Gli atti del loro martirio sono ritenuti autentici dagli storici. Le loro reliquie sono andate disperse durante la crudele dominazione Turca.

La Chiesa Ortodossa fa memoria delle sante Agape, Chionia e Irene il 16 aprile, il Martirologio Romano le ricorda il 5 aprile.

 

* * *

 

I. Per la venuta al mondo, e per li meriti del Signore e Salvator nostro Gesù Cristo assai più abbondante, e efficace, che prima non era, è stata la grazia divina compartita agli uomini, e donata; e quanto maggiore è stato questo dono, tanto maggiori, e più gloriose sono state le vittorie dagli uomini santi riportate. E però in vece di que’ nemici, che si veggono cogli occhi corporei, cominciarono subito i soldati di Gesù Cristo a combattere, e disfare anche que’ nemici più terribili, e potenti, che alla vista degli occhi materiali sono invisibili. E in questo i seguaci di Gesù Cristo tanto si sono avvanzati, che non pur gli uomini, ma le donne ancora corroborate dallo Spirito Santo inabitate nelle loro anime purissime, e santissime si sono affrontate coraggiosamente co’ demonj dell’inferno di loro natura fortissimi, e invisibili, e gli hanno superati, e costretti a ritirarsi confusi ne più cupi abissi, e nel fuoco inestinguibile della loro eterna dannazione. Tali furono quelle tre sante donne, che trassero la loro origine dalla città di Tessalonica; la quale città molto fu commendata dal sapientissimo Paolo, il quale scrive così ai cittadini della predetta città in lode della loro fede, e carità: in ogni luogo si è sparsa con edificazione la buona fama della vostra fede: e della loro carità così dice: noi non abbiamo bisogno di scrivervi in raccomandazione della carità verso i fratelli, perciocché voi avete imparato da Dio ad amarvi scambievolmente[1].

II. Essendo dunque incominciata la persecuzione mossa contro i cristiani da Massimiano imperatore quelle tre prefate donne, le quali già si erano adornate nell’animo delle cristiane virtù, per ubbidire ai precetti evangelici, e per testificare il loro amore inverso d’Iddio, e per la speranza de’ beni eterni vollero imitare gli esempi del santo patriarca Abramo[2], e abbandonarono la patria, la famiglia, e tutto il loro avere; e fuggendo i persecutori, siccome comanda Gesù Cristo nel suo vangelo, se ne andarono in un alta montagna[3], e quivi attendevano unicamente a fare orazione al Signore: elleno co’ loro corpi si stavano nella più alta vetta di quel monte, ove si erano condotte; ma con lo spirito, e con tutto l’animo loro abitavano continuamente nel cielo. Furono rintracciate anche in quel monte, e prese, e condotte a quel magistrato, che era stato l’autore della loro persecuzione; e così il Signore aperse loro la strada alla esecuzione degli altri precetti divini, e a dimostrare fino alla morte la loro forte, e costante carità verso di Gesù Cristo, e a conseguire per questo mezzo la corona della immortalità. Una di queste tre donne si chiamava Agape; e meritatamente portava questo nome, perciocché possedeva la perfezione del sommo fra i precetti del Signore, e amava Iddio di tutto il suo cuore, e il prossimo come sestessa; e dice il santo apostolo, il fine di tutti i precetti è la carità[4]: e i Greci nella loro lingua chiamano la carità Agape. La seconda di queste donne conservava pura, e immacolatissima quella bianchezza di spirito, che aveva ricevuta nel battesimo, e di lei poteva dirsi con tutta verità quello del profeta: voi mi laverete, o Signore, e io diverrò bianco nello spirito sopra la bianchezza delle nevi[5]; aveva un nome, che in Greco significa neve; e si chiamava Chionia. La terza poi possedeva perfettamente quel dono, che dal cielo recò in terra il nostro Salvatore e Dio, il quale dice, io vi dono la mia pace[6]; e possedeva, e godeva la pace in se stessa, e l’esercitava con tutti gli altri; e aveva nome Irene, che significa pace. Queste tre donne furono condotte a quel magistrato detto di sopra, il quale trovatele costantissime a non volere offerire i sacrifizj agli dei, decretò, che fossero bruciate vive: ed esse sopportando per brieve tempo gli ardori del fuoco terreno, superarono il diavolo, e le schiere de demoni, e tutti gli eserciti infernali, che militano a danno de buoni sotto del cielo; e acquistarono per se stesse la corona immarcescibile della gloria, e giunsero a lodare cogli angioli, e possedere per sempre il sommo Bene, dal quale e la fede in Gesù Cristo, e le altre virtù, e la grazia del martirio fu loro misericordiosamente donata. E noi qui adesso scriveremo brevemente e quello, che esse fecero, e quello, che loro intervenne.

 

 

III. Sedendo il presidente Dulcezio nel suo tribunale, Artemese suo cancelliere disse: se tu comandi così, io leggerò l’informazione, che di questi rei qui presenti ha mandata quel publico ministro, che secondo il suo uffizio ha indagati e scoperti i delitti di costoro.

Il presidente Dulcezio disse: io ti comando, che tu legga cotale informazione.

Allora disse il cancelliere: io, o signore, leggerò ordinatamente tutto quello, che è stato scritto di loro. Cassandro benefiziario scrisse così. “Sappiate, o mio signore, che Agatone, Agape, Chionia, Irene, Casia, Filippa, e Eutichia non vogliono cibarsi di quelle vivande, che sono state immolate agli dei: e per questo io le ho fatte arrestare, e le ho inviate al tribunale della vostra amplitudine”.

Allora il presidente Dulcezio disse a tutti quelli: e che frenesia è la vostra, a non volere ubbidire ai comandi religiosissimi dei nostri imperatori, e de’ nostri cesari? Quindi rivoltosi ad Agatone gli disse: e perché, trovandoti tu presente ai sacrifizj degli dei, non hai voluto usare delle cose sacrificate, come è costume di tutti gli altri?

Rispose Agatone: perché sono cristiano.

Ripigliò Dulcezio: e in cotesto proponimento peristi tu anche al giorno d’oggi?

Rispose Agatone: certo, che sì.

Il presidente interrogò Agape; e la domandò così: e tu che dici?

Rispose Agape: io credo a Dio vivente; e non voglio perdere mai la coscienza di bene operare.

Dopo Agape disse il presidente a Chionia: che dici tu a tutte queste cose?

Chionia rispose: io dico, che credo anch’io a Dio vivente, e per questo non ho voluto fare quello, che dici tu.

Dipoi il presidente disse a Irene: e tu che pensi; e perché non hai voluto ubbidire al pietosissimo comandamento de’ nostri imperatori, e de’ nostri cesari?

Rispose Irene: perché io temo il sommo e vero Iddio.

Appresso il presidente interrogò Casia così: e tu Casia, che dici?

Casia rispose: io voglio salvar l’anima mia.

Ripigliò il presidente: vuoi tu dunque, per salvarti la vita, partecipare e cibarti delle cose sacrificate agli dei?

Ella rispose: no no per niuna guisa.

Allora il presidente disse a Filippa: e tu, o Filippa, che rispondi?

Ed ella disse: io rispondo e dico quello, che hanno risposto e detto tutte le altre.

Soggiunse il presidente: parla più chiaro, cosa intendi dire con ciò?

Rispose Filippa: io dico, che voglio prima morire, che mai assaggiare delle vivande sacrificate agli dei.

Ultimamente Dulcezio disse ad Eutichia: e tu che vuoi fare?

Rispose Eutichia: io voglio fare quello, che hanno fatto le mie compagne prima di me, e protesto, che voglio piuttosto morire, che mai ubbidire agli empj tuoi comandi.

Il presidente le disse: hai tu marito?

Rispose Eutichia: l’aveva, ma mi è morto.

Ripigliò il presidente: e quant’è, che ti è morto.

Rispose Eutichia: sono sette mesi in circa.

Soggiunse il presidente: e di chi dunque sei tu gravida?

Rispose Eutichia: di quel marito, che il Signore Iddio m’aveva dato.

Allora il presidente le disse: io ti consiglio, Eutichia, a lasciare cotesta tua pazzia, e a rimetterti in buon senno: vuoi tu fare a modo mio? Vuoi tu ubbidire all’editto reale?

Rispose Eutichia: io non voglio per niun modo ubbidire, perciocché sono cristiana, e sono serva dell’onnipotente Iddio.

Dulcezio disse: giacché Eutichia è gravida, sia frattanto, finché non partorisca, custodita in prigione.

IV. Il presidente tornò a parlare ad Agape, e le disse: rispondi alle mie domande. Vuoi tu almeno ora ubbidire e far quello, che facciamo tutti noi, che ci professiamo soggetti e divoti gl’imperatori, e a cesari nostri signori e sovrani?

Rispose Agape: no; io non posso voler essere ubbidiente e devota al demonio. L’animo mio è fermissimo e immutabile di questo santo proponimento; e tu non mai potrai espugnarlo con coteste tue lusinghe.

Allora il presidente si rivolse a Chionia, e le disse: e tu che rispondi?

Chionia rispose: niuno mai potrà sedurmi e pervertirmi dalla fede cristiana.

Il presidente disse: avete voi alcuno degli empj volumi e delle scritture de’ cristiani?

Rispose Chionia: noi non abbiamo più alcun libro delle sante divine scritture: gli imperatori, che adesso governano il secolo, ce gli hanno tolti tutti.

Ripigliò il presidente: e chi dunque è stato, che vi ha rendute così ardite, e arroganti in sostenere la fede cristiana?

Rispose Chionia: l’onnipotente Iddio.

E il presidente soggiunse: ma chi fu il primo a parlarvi di cotesta nuova religione, chi vi condusse a credere una fede così stravagante, e stolta?

Rispose Chionia: l’onnipotente Iddio e l’unigenito Figliuolo d’Iddio Gesù Cristo Signor nostro.

Dopo questo Dulcezio disse così: chiara cosa è, che voi dovete essere devotissime ai nostri sovrani, e ubbidienti ad ogni comando, e ad ogni cenno de’ nostri imperatori, e de’ nostri cesari. Or giacché voi dopo sì lungo tempo, dopo tante ammonizioni, e tanti publici editti, e dopo tali e tante minaccie, piene d’una temerità, e d’una orgogliosa superbia avete disprezzati ostinatamente i giusti comandi de’ nostri imperatori, e de’ nostri cesari; e a loro dispetto volete tuttora persistere nell’empia professione del cristianesimo; ed avendovi più volte e i soldati stazionarj, e gli altri publici ministri comandato, che doveste dichiarare in iscritto, che rinegavate il nome cristiano; e voi fino al giorno d’oggi avete sempre costantemente ricusato di volerlo fare, e protestate tuttora, che nol farete giammai: per questo io adesso vi condanno a quelle pene, che avete e meritate e procacciate.

E dette queste cose lesse la sentenza di morte, che già prima aveva fatta scrivere, e diceva così: comando, che sieno bruciate vive Agape, e Chionia, perché con una solenne e ostinatissima disubbidienza, con orgoglio e tracotanza incredibile hanno contravenuto all’editto divino degl’imperatori e de’ cesari nostri signori e sovrani; e anche al presente seguitano e confessano l’empia, vana, temeraria e esecrabilissima religione de’ cristiani. E finita di leggere la sentenza, soggiunse queste parole: Agatone poi, Casia, Filippa, e Irene sieno custodite in prigione, finché mi piacerà di ordinare altramente di loro. 

V. Furono le due santissime donne già nominate di sopra consunte nel fuoco e incenerite; e dopo ciò sant’Irene fu condotta di nuovo, e rappresentata a Dulcezio presidente, il quale così le parlò: quanto sia pazza e irragionevole la condotta, che hai tenuta finora, si conosce manifestamente da quello, che ti è poco fa intervenuto. Tu fino al giorno d’oggi hai voluto gelosamente custodire, e celare tante carte, tanti libri, e tanti volumi, e tante scritture d’ogni maniera dell’empie dottrine, e della religione, e degli atti di tutti i cristiani, che finora sono stati dovunque. Tu nulla curando né gli orribili supplizi, onde ho punite le tue sorelle, né la morte, che io ti minacciava, e che tu avevi sempre dinanzi agli occhi, negasti fino al giorno d’oggi costantemente di non avere niuna scrittura appartenente ai cristiani. Si sono ritrovate le tante scritture, che tu avevi; e al vederle hai confessato, che erano tue, e che volevi a noi tenerle ascose per ogni modo. Per tutto questo, come tu vedi, io sono in necessità di punirtene severamente. Pure sono così disposto dell’animo verso di te, che, se tu vorrai almeno adesso riconoscere, e adorare i nostri dei, io ti rimetto, e perdono il meritato gastigo, e ti mando libera, e assoluta, e sicura per l’innanzi da ogni pericolo. Tu che rispondi a questo? Vuoi tu fare il comandamento degl’imperatori? Sei tu pronta a sacrificare agli dei, e cibarti delle carni de’ loro sacrifizj?

Rispose Irene: no, io non voglio farlo, e per quel Dio onnipotente, che ha creato il cielo, e la terra, e il mare, e tutte le cose, io ti giuro, che mai non sacrificherò ai vostri dei bugiardi, e insensati; né mai rinegherò il nome di Gesù Cristo. Il sommo Iddio tien preparata una pena immensa, e sempiterna nel fuoco infernale a tutti coloro, che negheranno Gesù Cristo, che è il Verbo eterno del divin Padre.

Dulcezio le disse: chi ti ha consigliata a tenere con tanto studio celate le scritture, che avevi fino al giorno d’oggi?

Rispose Irene: l’onnipotente Iddio, il quale ci ha comandato, che noi l’amiamo fino alla morte. Per questo motivo noi non abbiamo ardire di tradirlo: e per amor suo noi vogliamo piuttosto esser bruciate vive, e soffrire qualunque peggior male possa mai venirci da suoi nemici, che dar loro nelle mani le scritture riguardanti la santa religione.

Il presidente la domandò: e chi altro era consapevole, che nella casa, dove tu abitavi, erano nascoste quelle scritture?

Rispose Irene: il sapeva e vedeva l’onnipotente Iddio, il quale sa e vede tutte le cose; ma da Dio in fuori niun altro nol sapeva. Noi temevamo dei nostri uomini più, che dei nostri peggiori nemici; e se avessero saputo di quelle scritture, ci averebbero accusate: e però non le mostrammo mai a niuno.

Ripigliò il presidente: quando l’anno passato fu per la prima volta publicato il giusto editto, e il pio comandamento dei nostri imperatori, e de’ nostri cesari, voi dove andaste a nascondervi?

Rispose Irene: dove Iddio volle: sa Iddio, dove, e come fummo allora: noi stavamo su pe’ monti più inospiti, e a cielo scoperto.

E il presidente disse: ma in casa di cui vi riparaste?

Rispose Irene: io già l’ho detto, noi stavamo a cielo scoperto, e andavamo erranti chi per una, e chi per una altra montagna.

Il presidente disse: ma chi vi provedeva di pane?

Rispose Irene: Iddio; il quale providamente somministra il cibo necessario a tutti.

Ripigliò il presidente: e vostro padre era egli consapevole di queste cose?

Rispose Irene: nulla non né sapeva; e io ti giuro per l’onnipotente Iddio, che nostro padre mai non poté avere neppur minimo sentore delle cose, che tu mi domandi.

Il presidente seguitò ad interrogarla, e le disse: e de’ vostri vicini a quali comunicaste le cose, che facevate, e le vostre intenzioni, e i consigli, a che a mano a mano v’andavate appigliando.

Rispose Irene: di ciò domandane a nostri vicini medesimi, e vedi un poco, se puoi trovare alcuno, che ti additi i luoghi determinati, dove noi stavamo; o che possa dirti con verità d’aver sentita su di noi alcuna cosa.

Allora disse il presidente: or bene dopoche foste ritornate da quella montagna in città, secondoche tu dici, leggevate in casa vostra i libri de cristiani? E a questa lettura quali altre persone v’intervenivano?

Rispose Irene: noi conservavamo in casa nostra con gran secretezza i libri santi, né ardivamo di rivelargli ad altrui: e continuamente con immensa pena e dolore ci rammaricavamo per non potere con quiete, e sicurezza attendere di giorno, e di notte alla lettura de’ libri divini, come da principio avevamo fatto sempre per l’innanzi fino all’anno passato, quando per la persecuzione fossimo costrette a nascondere le prefate scritture.

Dulcezio presidente disse ad Irene: le tue sorelle sono state punite, come meritavano; e già sono morte di quell’orribile supplizio, a che le ho condannate: tu, percioché contro l’editto imperiale nascondesti que’ libri, e quelle scritture, già fin dall’anno passato, priamache tu fuggissi, sei rea di morte, e condannata secondo il medesimo editto: e non pertanto io non voglio farti morir sì presto, e subito, come ho fatto alle tue sorelle, ma comando, che i miei sgherri, e Zosimo publico ministro della giustizia ti spoglino, e nuda ti conducano al postribolo, dove tu sarai disonorata da quanti disonesti uomini il vorranno; e che ogni giorno sia somministrato dal publico palagio il pane, onde tu possa vivere alla tua infamia; e i miei sgherri ti guarderanno continuamente, acciocché non mai tu possa uscire, e toglierti del postribolo. 

Santa Irene
 

VI. Gli sgherri, e Zosimo ministro della giustizia incontinente trassero innanzi alla esecuzione del comando bestiale; e il presidente disse loro: io vi assicuro, che se mai risaprò comunque, che costei sia uscita anche per un solo momento dal luogo infame, ove l’ho condannata, voi tosto sarete da me puniti di ciò colla morte. Si cavino dalle casse, e dalli scrigni d’Irene tutti gli scritti, che vi saranno, si rechino a me.

I ministri della giustizia secondo il comandamento avutone da Dulcezio la condussero subito al publico postribolo. Ma, perciocché la grazia dello Spirito Santo proteggeva Irene, e la guardava e difendeva l’onnipotente Iddio Signore dell’universo, anche in quell’infame postribolo si mantenne illibata e purissima, e niuno non ebbe ardire né di accostarlesi, né di dirle la menoma ingiuria, o parola meno che onestissima.

Dulcezio presidente richiamò questa santissima donna, e comandò, che di nuovo fosse rappresentata al suo tribunale, e le parlò così: ebbene Irene persisti ancora nella tua tamerità?

Rispose Irene: la mia non è temerità, ma è divozione e pietà verso del sommo Iddio, e in questa persisto, e sempre persisterò.

Il presidente le disse: già fin dalla tua prima risposta chiaramente con una arroganza incredibile protestati, di non volere per niuna guisa ubbidire ai nostri imperatori, e in questa orgogliosa disubbidienza e disprezzo tu persisti e sei ostinata anche al presente: e però io ti farò pagare quella pena, che merita la tua fellonia.

E qui chiese carta da scrivere, e scrisse contro di lei la sentenza di morte, che quindi fu letta, e diceva così: perché Irene non ha voluto ubbidire ai comandi degl’imperatori, e non ha voluto sacrificare agli dei; e di più confessa, e protesta, che anche al presente persiste nella credenza e nella religione de’ cristiani; per questo motivo e per questo delitto io comando, che sia bruciata viva, come per la stessa cagione sono state bruciate l’altre due sue sorelle.

VII. Proferita dal presidente questa sentenza, i soldati presero Irene, e la condussero su d’un eminente colle, dove prima avevano consumato il martirio le sorelle di lei; e quivi avendo fatto, e acceso un gran rogo, le comandarono, che ella dovesse salirvi. E santa Irene cantando salmi al Signore, e glorificandolo con molte lodi, e ringraziandolo, da se medesima si gittò in quel rogo acceso, e in questo modo consumò il martirio, essendo consoli l’imperatore Diocleziano per la nona volta, e l’imperatore Massimiano per l’ottava il primo giorno d’Aprile; regnando il Signor nostro Gesù Cristo, il regno di cui è ne secoli eterni; al quale insieme col Padre, e collo Spirito Santo sia gloria ne secoli de secoli. Amen.

Da: ATTI SINCERI De primi martiri della chiesa Cattolica. Raccolti dal P. RUINART e tradotti nella lingua Italiana con prenotazioni e note da F. M. LUCHINI. Tomo III, ROMA MDCCLXXVIII, 235-243.

 

 

Le tre sante vegliano sulla città di Tessalonica

 

 

Tropario - Tono 1

Sorelle nella carne unite nello Spirito, avete combattuto contro il principe del male e sofferto il vostro martirio. Sante e benedette Agape, Irene e Chionia, pregate il Cristo nostro Dio di salvare le anime nostre.

Kontakion - Tono 3

Specchi luminosi della verginità, radianti con il vostro martirio, riempite la Chiesa con la vostra luce e dissipate le tenebre del male, Agape, Irene e Chionia, gioie preziose di Cristo. 

Tropario - Tono 4

Completando il corso della vostra vita nel martirio e avendo conservato la fede, come agnelle razionali siete state portate davanti a Cristo l’Agnello e Pastore. Quindi ora gioendo nello spirito, celebriamo la vostra mirabile e santa memoria, magnificando Cristo.

Kontakion - Tono 4

Diventando belle spose di Cristo, avete offerto a Lui un dono di sangue e di sacrificio, o fanciulle che avete sofferto la passione, Irene, Agape e gloriosa Chionia, giustamente entrate nella camera nuziale, sempre ricolma d’ineffabile illuminazione. Celebrando dunque in spirito la vostra memoria preziosa e santa, diamo gloria al Salvatore e invochiamo pietà: pregate il Signore per noi!


 

[1] I Tessaloncesi 1, 7; 4, 8.

[2] Genesi 12; Matteo 10.

[3] Luca 21, 21.

[4] I Timoteo 1m 5.

[5] Psalmo 50, 9.

[6] Giovanni 14, 27.

 

 

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