San Gordio Martire
Santo martire Gordio il centurione
San Gordio era un centurione di Cesarea di Cappadocia. Durante la persecuzione dei cristiani, all’inizio del quarto secolo, lasciò la città, seguendo il consiglio evangelico di fuggire dai persecutori, per stabilirsi nel deserto e prepararsi a confessare il nome di Cristo Salvatore al momento opportuno. Intorno al 320-321, ormai pronto alla prova, ritornò a Cesarea dove comparve davanti al prefetto mentre si tenevano i giochi pagani in onore di Marte, e apertamente si dichiarò cristiano. Arrestato, dopo essere stato sottoposto a terribili tormenti, fu infine decapitato. Le sue lodi ci sono state trasmesse in un panegirico che san Basilio il Grande pronunciò sulla tomba del martire nel suo dies natalis.
Nel suo panegirico san Basilio non ci da riferimenti cronologici precisi, ma dice che erano ancora vivi alcuni testimoni dei fatti narrati, in accordo dunque con quanto riportato nei menologi e nei minei che dicono la passione di san Gordio essere avvenuta sotto Licinio.
La memoria del santo martire Gordio il centurione è celebrata da tutti i cristiani il 3 di gennaio.
Orazione di san Basilio Magno
in lode di san Gordio martire
I. È Legge inviolabile impressa altamente nelle api dalla natura, o Fratelli dilettissimi, che esse mai non muovano fuora de’ loro alveari, se prima non ne esca il re loro, il quale mettendosi innanzi a tutte, il loro viaggio indirizzi e governi. Io veggio tutti voi, che componete il popol santo d’Iddio, congregati qui in gran folla a questo luogo sacrato alla memoria de martiri; e ben posso assomigliarvi ad un folto, e grazioso sciame di api industriose qui fermate come a raccorre da tanti fiori celesti, che sono gli esempi de’ martiri, quasi un prezioso nettare di paradiso. Or domand’io, chi è il motore, e il duce vostro, chi è il re sovrano, cui voi ubbidite e seguitate? Cotesto fervore, cotesta vostra alacrità, chi la destò ne vostri cuori, chi sì viva e brillante ve la mantiene? La stagione presente è alla vostra calda divozione e pietà incomoda e contraria; il verno è crudo e orrido e increscevole adesso piucche mai; eppure in questa folta udienza io veggo persone d’ogni sesso, d’ogni età, le quali, come se ora fosse la più amena e deliziosa primavera, trasser tutte liete e festose fuori delle agiate loro abitazioni, fuori della città a questa soburbana compagna, che fu il luogo fortunato, ove il nostro martire corse l’ultimo suo arringo. Altroche la ricordanza, e la venerazione a questo glorioso soldato di Gesù Cristo, non poté a tanto, e sì religioso uffizio determinarvi, e condurvi: e gli stimoli efficaci, e i soavi conforti di questa vostra pietosa divozione qui vi trattengono, a riandare colla memoria, e a meditare le gloriose imprese del martire con attenzione e diletto: e a trarne esemplari da ricopiare nell’opera vostra, e stimoli per farlo: come appunto nelle mattine della più bella e fiorita stagione discorrono le api, e si fermano ne’ più odorosi fiori, e con immenso piacere ne fuggono e n’attraggono il miglior mele. Conciossiache dunque la divota memoria del nostro martire ha potuto sì dilatare, e sublimare il nostro spirito, che tutti ha dimentichi, e sorpassati generosamente i disagi, e le difficoltà, alle quali senza tale stimolo, e ajuto averebbe la nostra naturale debolezza e viltà d’animo condisceso e ceduto; viasù, o fratelli, rendiamo colle voci, e con gli encomj questa nostra divozione e fervore viemmeglio perfetto, e palesato: e siccome veggiamo del continuo fare alle api, che raccogliendo da fiori il loro soave liquore, con festevoli susurri e con altri leggeri mormorii la loro diligenza nel proprio travaglio manifestano; così facciamo noi in questo giorno, in questo luogo in simil guisa, e con veraci lodi e colle sincere comendazioni de’ meriti principali del nostro martire celebriamo il suo gran nome, e lui leviamo infino al cielo: e sarà questo uffizio pio e religioso inverso di se, e soave e piacevolissimo a quanti qui siamo. Conciossiache le lodi de giusti e a chi parlando l’espone, e a chi le ascolta, sono di gaudio cagione… E in questo sopra d’ogni altra cosa dobbiamo riguardare il nostro vantaggio e profitto. Perciocche i santi già beati nel regno eterno niun mestiere non hanno delle nostre lodi, e d’ogni qualche siasi nostra onoranza; ma sibbene noi gran mestiere abbiamo e di sapere, e di rammemorare i loro esempj virtuosi, e la loro santa vita, per poterne fare un ritratto nella nostra, che quella imiti e rappresenti al naturale. E siccome dal fuoco si spande attorno la luce, che gli oggetti all’intorno rischiara e rende visibili a circostanti; e da fini e preziosi unguenti si spande attorno un soave odore e fragranza, che ci conforta e solleva mirabilmente; così dalla ricordanza, e rammemorazione degli esempi de’ santi siamo illuminati, a vedere i proprj offizj d’un verace cristiano, e al vedergli ne sentiamo, come una fragranza celestiale, che ci sollecita e rapisce a volergli imitare. E comeche questo miglioramento e profitto nostro spirituale sia sommamente pregevole, e da intendersi da noi; non è, che pregevolissimo son sia in sestesso; e a noi richiesto, il sapere distintamente, e con verità i fatti e tutta l’istoria sincera dei più santi, e illustri personaggi della Chiesa di Gesù Cristo già trapassati. E fu già un tempo, in cui le gloriose gesta del nostro martire erano e note, e conte, e potevano celebrarsi da coloro, che delle sue principali azioni, de’ suoi combattimenti, e delle sue vittorie furono e testimonj e spettatori. A giorni nostri sola n’è pervenuta la fama dal lungo corso di molti anni oscurata, onde soltando i principali fatti di lui, e questi nella loro sostanza conosciamo, e sappiamo. E però noi altro non possiamo fare, se non se quello, che fanno i pittori, i quali in facendo il ritratto a qualche rinomato personaggio da loro non veduto, e molto tempo innanzi passato di questa vita, ritraggono le fattezze, e tutta l’imagine di lui da qualche antico ritratto, che fino a loro abbia conservata la vera effigie di tale prototipo. È ben vero però, che siccome i pittori col copiare successivamente le imagini, quantopiù procedono innanzi, tanto più, come dee essere di necessità, si scostano dal vero, e fanno men simile il ritratto dal suo originale; così è da temere, che a noi una simile dissavventura non intervenga; e non avendo vedute quelle cose del martire, che dobbiamo raccontare, ma sapendole soltanto dalla fama, e dalle scritture, potremmo, in riferirle, rappresentarle a tal prospetto, che molto si scemasse e perdesse del loro pregio, e della loro magnificenza. Noi non pertanto in questo dì solenne, in cui già sono molti anni egli fece, e vinse l’ultimo suo più difficile combattimento per onore del nome di Gesù Cristo, e consumò il suo martirio, di che celebriamo l’annuale festevole ricordanza; anderemo sponendo con cristiana semplicità, e con sincera e schietta eloquenza, quanto delle gesta di san Gordio per sicure storiche notizie si è conservato infino a noi, e sappiamo.
II. Questo martire beatissimo fu cittadino di questa nostra città di Cesarea. Egli è la nostra principal gloria: egli è il decoro e onor verace della nostra patria; né è da maravigliare, che verso di lui sia singolarissimo il nostro affetto divoto, e la nostra riverenza. Imperciocche siccome un albero gentile di belle, e saporose frutta pieno e carico, e dimostra con questo il suo pregio, e testimonia la bontà e fertilità di quel terreno, ove nacque, e crebbe, e tanto fruttifica; così questo nostro cittadino venuto a tanta eminenza e di meriti, e di gloria, grande onore fa a questa nostra terra, che gli dié vita, e l’educò, e in cui sì gloriosi frutti di tutte le più care e grandi virtù produsse e dimostrò. E comecche le frutta purche sieno salubri, e di delicato sapore, sebbene sieno d’altronde, e forastiere, si procacciano; pure se venute sieno, e cresciute nelle nostre terre, per questo istesso, perché son nostre, ci piacciono più, e più ci dilettano; così è ancora dell’opere virtuose e lodevoli; le quali in ogni persona qualche siasi con giocondità si ascoltano, e si rammentano; ma pure, se di qualche nostro cittadino, o altro attinente si predichino, in qualche modo le riguardiamo come cose nostre, e nostre lodi, e in ispecial maniera ci piacciono e ci sono carissime, e ci confortano.
Il nostro Gordio fu soldato di professione, ed ebbe nella milizia una carica molto distinta e onorevole; e cento soldati egli aveva alla sua ubbidienza e corregimento. E periocche era del corpo, e dell’animo, piucche non potrebbe dirsi, forte e generoso; a tutti gli ordini della milizia era noto e chiaro, e per da molto avuto. Venne quell’orrido tempo e fortunoso, in cui quell’empio sovrano, che allora nella signorìa de’ Romani comandava, tutto vomitò quel fiero mortal veleno, che contro il nome di Gesù Cristo covava entro del petto, e con tutto l’impeto della sua diabolica crudeltà si scagliò sopra la chiesa del vero Iddio. In ogni terra, e città del Romano imperio, in ogni piazza, e strada di ciascuna città era già promulgato, e vedevasi affisso il barbaro decreto, onde era vietato ad ogni uomo l’adorar Gesù Cristo, e chiunque a sì empio divieto contravenisse, era senza scampo alcuno dannato a morte. In ogni luogo ad ogni persona si proponevano gl’idoli ad adorare; e statue di pietra, e di legno, o d’altra materia lavorate dagli uomini si dovevano per forza riverire con divini onori, e con sacrifizj, e chiunque ricusasse di far ciò, n’era con tormenti inumani, e coll’ultimo supplizio gastigato. Ogni luogo ogni cosa era in iscompiglio e confusione: e per una tanta e sì bestial novità si tumultava da per tutto. Le case de’ cristiani erano rubate, e prive d’ogni pregevole masserizia: si confiscava ogni loro avere: ogni maniera di cristiani, benche e per nobiltà, e per cariche, e per valore, e ricchezze chiarissimi, tutti erano puniti, e martoriati, come la feccia più vile de’ più ribaldi schiavi e scelerati: e fin le matrone le più nobili e cospicue senza riguardo alcuno erano legate, e trascinate per le publiche strade infamemente. Niuna compassione non s’aveva pe’ più delicati giovinetti, e pe’ più teneri fanciulli; niun rispetto pe’ vecchi i più onorati, e venerabili; e le persone le più incolpate, e conte per la loro integrità dannate erano ai più vituperosi supplizj de’ publici masnadieri. I palagi più signorili, e ogni maniera di case de’ cristiani erano vuote di debito abitatore; e le prigioni si piene degli adoratori fedeli di Gesù Cristo, che stavano entro le carceri stivati piuttosto, che stretti. Ogni selva, ogni deserto era pieno di nuovi nobilissimi abitatori fuggiti dalle città; e altro delitto non avevano, per lo quale a sì doloroso esilio s’erano colla fuga spontaneamente appigliati, che il credere e l’adorare costantemente il vero Iddio. Frattanto ai tribunali degli empj giudici il padre infedele accusava il figliuolo cristiano; il figliuolo il padre: il fratello tradiva il fratello; il servo il padrone. E a tal segno montò a que’ giorni il furore degli uomini per operazione diabolica, che pareva avessero gl’infedeli imperversati gentili e perduto il lume degli occhi, e ogn’intendimento dell’animo, e che più infra loro non conoscessero o ravvisassero neppure i più vicini congiunti. A questo si aggiungeva l’universale profanazione delle case del Signore; e come se fossero non luoghi d’orazione, ma postriboli di laidezze, erano dagli empi devastate e distrutte. Si atterravano con empio furore i sacrosanti altari; si calpestavano, e incenerivano con sacrilego dispetto le religiose sopellettili; si dispergevano e conculcavano i timiami, e gl’incensi; né più vi era luogo, o mensa, ove offerire all’Altissimo l’incruento divin sacrificio. Pareva divenuto l’aere tutto ingombro e compreso di nera caligine, e di tenebre oscurissime e palpabili; è da pertutto, e in tutti altro non poteva scorgersi, che mestizia, e terrore, e consternamento, e confusione. Dispersi e fugati tutti i collegj de’ Sacerdoti, e d’altri sacri ministri del Signore: le consuete religiose radunanze vietate affatto, e frastornate e co’ tormenti, e colla strage di chi vi fosse intervenuto: e soli i demonj andavano discorrendo da per tutto in sì luttuoso sconvolgimento o orribilmente lieti e festanti; e altro non si vedeva, che profane vittime tratte al sacrificio, altro non si sentivano, che incondite voci bestemmiatrici di sacrificanti; e in ogni parte ardevano are scelerate, e spaventevolmente fumanti, e fetenti di sangue di bestie, di grassi, di carnumi, e d’ogni maniera di sì fatte sacrileghe, e schifosissime vittime.
III. Il nostro magnanimo centurione veggendo, e ponderando questa grandissima afflizione, e miseria di tutta la città, pensò che fosse da prevenire il furore de’ giudici; e che saviamente adoprebbe, se deponesse ogn’insegna della milizia, e fuggendo celatamente, si pigliasse un volontario esilio dalla sua patria. Mise pertanto incontinente ad effetto il suo proponimento, e abbandonata la casa paterna, la milizia, gli onori, le ricchezze d’ogni maniera, che aveva grandissime, i servi, gli amici, i parenti, e tutte quelle cose, e comodi, e piaceri, che gli uomini hanno sommamente cari, e procacciano, e conservano a grandissime fatiche, e diligenze; solo, e nascostamente si fuggì, e si fermò in una vastissima solitudine, ove mai forse non capitò niuna umana creatura, e seco stesso prudentemente divisò, che quivi in compagnia delle fiere potrebbe egli menare una vita più lieta, e più tranquilla, e sicura, che nella sua città in compagnia de’ gentili, sopra gli adoratori di Gesù Cristo imbestialiti tanto, e imperversanti. Volle con ciò imitare l’esempio del profeta Elia, il quale veggendo quanto ogni giorno più montasse, e si ampliasse nelle dieci tribù d’Israele l’idolatria, massimamente per le arti di quella rea femina Sidonia, che allora regnava in Israelo; Elia si fuggì, e nascose nella montagna di Coreb: e quivi chiuso in una spelonca ad altro non pensava, che a meglio conoscere, e amare il sommo Bene; e questo l’ottenne sì felicemente, che, per quanto lice ad un uomo viatore su questa misera terra di duro esilio, vide quel sommo Bello, e sommamente l’amò[1]. In somigliante maniera adoperò il nostro Gordio. Egli fuggendo della città, abbandonò e spregiò tutti gli onori, gli agi e le ricchezze, che possedeva. Nella solitudine niuno non trovò di que’ disturbi, che nella città continuamente lo distraevano dalla più alta contemplazione delle celesti felicità. Clamori nel foro, fasto ne tribunali, ambizione ne magistrati, mormorazioni ne circoli degli oziosi, vendite, e compre illecite e ne fondachi, e ne mercati; menzogne, e spergiuri ne giudizj, e ne contratti; e ne ridotti de libertini e scioperati una disonesta sfaciataggine e ne motti i più vergognosi, e nelle parole le più nefande, e ne sentimenti i più brutali e scandalosi: sono tutti questi mali, e peccati, e inciampi, che vanno sempre indistinti e accompagnati alle grandi, e popolose città; siccome alle grandi navi và sempre unito e legato qualche piccolo palischermo, che loro sempre tien dietro. Libero il nostro Gordio di tutti questi pericoli, e d’ogni altra distrazione simile nella sua solitudine, e intendendo colui, che avea gli occhi dell’intelletto assai perspicaci e penetranti per la sua molta fede, e ‘l cuore ripurgato, e puro d’ogni vizio pel lungo, e generoso esercizio delle cristiane virtù, in una maniera sublimissima, e chiara il suo Dio vedeva, per quanto si può, e contemplava, e tutto inebriato del divino amore di questo si beava: e vide e conobbe per divina rivelazione molti misterj astrusi e ascosi; né altro magistero non aveva, né altri libri, né altre istruzioni, se non se quelle, che secretamente gli somministrava allo spirito la sorgente inesausta, e il sovrano Maestro d’ogni verità lo Spirito Santo del Signore.
IV. Per questa strada si trovò presto venuto in una cognizione assai profonda, e gagliarda della ingannevole vanità della umana vita mortale, e quanto sia e più debole, e più imperfetta, e più fuggente d’ogni qualunque sogno, e d’ogni ombra: e siccome per questo conoscimento sommamente aveva a vile e spregiava questa vita presente; così sentivasi all’animo un idea, e una stima immensa con una brama quietamente impaziente, e gagliardissima della vita immortale e sempiterna. Sentiva in oltre la misteriosa voce del Signore, che il chiamava e confortava a tentare qualche magnanima impresa, che con prestezza, e sicurezza il mettesse al possesso di tanto bene. Faceva sentire il Signore all’animo di questo suo servo umile, e generoso, che i molti suoi digiuni, le lunghe vigilie, le continue orazioni, e la sua profonda attenzione, e assiduità nel meditare e intendere i divini oracoli del Santo Spirito, già lo avevano bastevolemente istruito e esercitato nelle battaglie del Signore; e che poteva oggimai nel nome del grande Iddio con quieta confidenza nell’onnipotente sua bontà, qual generoso campione, e difensore della verace divinità trar fuori del suo accampamento, incontrar l’inimico, e attaccarlo. Accettò Gordio di presente il generoso celeste invito, e fermò di volerlo con memorando e glorioso ardire effettuare. Fermò alla grand’opera questo presente giorno, nel quale tutta la città soleva trar qua, e concorrere a un nobile e giocondo spettacolo di giuochi equestri: e a quella stagione in questo giorno presente, e in questo luogo si celebravano i giuochi equestri in onore del dio Marte, o, per parlare con verità, di quel diavolo crudelissimo, che gli uomini sollecita, e sospinge a versare l’umano sangue ingiustamente. Erasi già ragunata ogni maniera di spettatori, e tutti allogati ne’ sollevati gradini con attenzione somma riguardavano le corse già cominciate. V’erano persone d’ogni età, d’ogni rango, d’ogni sesso: v’erano i gentili, v’erano i giudei, e vi era ancora non piccola quantità di cristiani: ma di que’ cristiani deboli e rimessi, in cui poco adoperavano i celesti efficaci principj della fede di Gesù Cristo; e però, anziché inorridire, con molto diletto si framischiavano nelle adunanze degli empj, né allora si vergognavano di ritrovarsi, e sedere in un consesso di scelerati e malignanti, e di piacersi con loro di secolari spettacoli profani, e di perdere il loro tempo in vani applausi festevoli e al celere corso de cavalli, e all’abile destrezza de loro guidatori. Erano liberi in tal giorno, e dispensati da loro servili lavori gli schiavi: i fanciulli vacavano da ogni penso scolastico, perche tutti traessero a quello spettacolo, al quale fin le feminette le più povere e ignobili del volgo più vile curiose intervenivano. In somma tutto il luogo dello spettacolo era pienissimo, tutti con attenzione ammirabile riguardavano i molti, e velocissimi corridori. Quando all’improvviso videsi apparire sulla vetta dell’opposto monte il nostro magnanimo e fortissimo eroe, il quale a grandi passi e maestosi scendeva alla volta del gran teatro. L’aspetto del popolo immenso quivi raccolto, l’odio bestiale e implacabile degli ebrei, e de’ gentili, che era la massima parte di quell’orrida adunanza, punto non commossero l’animo di Gordio, punto nol fecer pensare, o comunque riguardare alla malagevolezza pericolosa del suo proponimento; e con animo intrepido, e con fervore sempre più gagliardo e ardente tutto discese alteramente il pendio del monte; e poi in aria non curante e fastosa urta, e passa tutte le file intorno al grande arringo ordinate; e come se in mezzo a un gran numero non di nemici feroci e inviperiti, ma di sassi, o d’alberi stupidi e insensati si trovasse, andò a fermarsi quietamente in mezzo al grande orrendo anfiteatro in luogo assai principale, e eminente. Dice il Signore per bocca dello scrittore nel libro de’ Proverbj: che il giusto opererà coraggiosamente, e impavido come un lione[2].
O come bene si vide avverato questo principio di celeste filosofia in questa magnanima azione del nostro martire. Imperciocche senza star qui a riferire più altre memorabili circostanze, stando egli nel mezzo di tale e tanto teatro, si venne prima guardando attorno tra adirato, e sdegnosamente dileggiante, all’ultimo alzò una gran voce, e terribile; e vivono ancora alcuni di quelli, i quali si trovarono a questo ammirando spettacolo, e videro il martire, e ne sentirono le voci, e esclamò, e disse: ecco, che in questo giorno mi sono fatto di mia elezione trovare a coloro, che già più non cercavano di me: ecco che di per mestesso mi rappresento oggi per rispondere a que’ giudici, che già disperato avevano di potermi più interrogare[3]. Con le quali parole volle mostrare agli empi, come per niente non temeva tutta la loro impotente crudeltà; quando non costretto, ma di sua spontanea volontà si rimetteva con sì ardita sicurezza alla loro tirannica prepotenza, e insultandola la sfidava: e volle anche in questo imitare l’esempio del divin Salvatore, il quale la notte della sua passione non potendo essere da giudei, e dagli sgherri riconosciuto, di persestesso andò incontro a suoi nemici, si manifestò loro, e si diede nelle loro mani. A questo fatto, a queste voci verso del martire si rivolsero, e fisero gli occhi di tutti, e l’universale attenzione. Era Gordio, siccome colui, che per più tempo menata aveva una vita penosa e durissima in compagnia delle sole fiere in un deserto, in una cupa oscura caverna, era Gordio scarmo, e olivastro, e orrido in volto, squallido, e scarmigliato nel lungo crine, e una lunghissima, e incolta barba gli scendeva dal mento; lacera, e lurida la veste, cinto d’una fune, e sosteneva a un rozzo bastone il magro e debole suo corpo: e non pertanto un non so che di grazioso, e di grande, e di venerabile nelle sue maniere, nel suo volto, e in tutta la persona traluceva, che agli occhi di tutti le invisibili sovrumane bellezze delle divine munificenze a lui donate facevano trasparire. Comeche fosse assai trasfigurato da quello, che era prima in abito di soldato, pure fu all’ultimo da tutti riconosciuto per Gordio. Un grande, e indistinto mormorio e gridare e degl’infedeli, e de’ cristiani si levò in tutto il gran teatro: esultavano d’allegrezza i cristiani pel glorioso attentato di questo loro compagno, e magnanimo difensore di Gesù Cristo: fremevano di rabbioso dispetto i gentili, e gridavano vendetta al giudice contro di lui, e ne domandavano la morte. Risonava l’aere attorno di clamori inconditi; tutto il teatro era in gran movimento, e confusione: niuno badava più o pensava né a cavalli, né alle corse, né a cocchi, né a giuocatori: e per quanto fosse grande lo strepito delle ruote, e de corridori, e altissime le voci di tutti gli attori dello spettacolo, erano niente, e niuno non le sentiva, niuno non vi badava; e tutti nominavano Gordio, a Gordio riguardavano, a sentire le voci di Gordio tutti intendevano: e come se un improviso fragoroso turbine con tempestoso vento, e con lampi, e tuoni tutto l’aere avesse ingombrato, e sconvolto, onde altro più non si vedesse, non si sentisse, che i fragori del cielo adirato, e fulminante; così all’apparire, al parlare di Gordio altro non si sentiva, che il nome di lui, né ad altro si poneva mente con un certo ribrezzo e terrore, che alle voci di lui. Fu necessario, che al fine un pubblico banditore girasse attorno, e intimasse a tutti silenzio. A questo quietò e lo squillar delle trombe, e il suonar delle cetre, e ogni altro musicale istromento ammutolì; e gli occhi di tutti rimasero fisi verso di Gordio, e attentissime le orecchie di tutti a sentirne le parole.
V. Fu allora prestamente condotto dinanzi al presidente, il quale insieme con tutti gli altri assisteva in quel dì allo spettacolo, e vi presedeva. Con maniere dolci e obbliganti si fece ad interrogarlo, domandando, chi egli fosse, e donde, e perche quivi venuto. Il martire brevemente esposta presidente, chi egli fosse, e la sua patria, la nobiltà della sua famiglia, i gradi d’onore da lui ottenuti nella milizia; dipoi la cagione della sua fuga, e il motivo ancora del suo ritorno: sono tornato, disse, per mostrare con un atto publico, e solenne, che io nulla curando gl’ingiusti, e empj tuoi divieti, sono cristiano, come prima lo era; confesso intrepidamente il nome di Gesù Cristo; e protesto di non riconoscere altra speranza, altro ajuto, altro bene, che Gesù Cristo. Ho saputo, che tu avvanzi di crudeltà ogni altr’uomo per quanto crudelissimo; e ho giudicato non potervi esser tempo più adatto a ben dichiarare l’immutabile mia costanza nella fede, e nel amore di Gesù Cristo, che quello del tuo inumanissimo reggimento.
Queste parole, come appunto un gran vento in un vasto incendio, che allora incominci, che per questo si dilata, e monta orribilmente, fecero avvampare, e ardere d’ira immensa l’animo orgoglioso del presidente, che parve, avesse in se raccolto quanto di rabbia, e di furore v’era al mondo. Con voci frementi, e rotte dallo sdegno, s’apprestino, dicea forsennato, e carnefici, e flagelli, e piombarole. Mettetelo alla ruota; stiratelo all’eculeo: si adoprino sopra di lui tutti i supplizj; s’inventino a straziarlo non più pensati tormenti: si preparino e fiere, e spade, e fuochi, e croci, e precipizj, baratri. Cotesto esecrabile, e scelleratissimo malfattore trarrebbe qualche pro dal morire una volta: si tormenti però fino a morte; ma non s’uccida: si uccida continuamente, ma non mai si finisca.
Quivi Gordio in un aria quieta, e allegra, con somma tranquillità, e fermezza d’animo, e di voce: cotesto appunto è quello, che io desidero grandemente, che i miei tormenti sieno di ogni maniera, atroci, e lunghissimi. Perciocche troppo grand’utile perderei, se il mio patire per amore di Gesù Cristo o fosse lieve, o di piccola durata. No no io desidero di morire di mille maniere di morti, e di patire ogni maniera di tormenti, e della più lunga durata, che si può.
Il presidente era d’animo fierissimo oltre ad ogni imaginazione, era già infuriato sommamente; ma per questo libero, e insultante parlare di Gordio era montato in un furore forsennato in tutto, e diabolico; e conoscendo la nobiltà di Gordio, la riputazione altissima, in che era presso tutti, e la magnanima costanza di lui da tutti amirata tanto, credeva d’essere immensamente disonorato da lui, se, come vantavasi, così in effetto sprezzante, e resistesse a tutte le sue prepotenze. Ma quanto più veniva considerando le maniere generose del martire, e l’intrepidezza, con che gli stava avanti, tanto più disperava di poterlo mai vincere, o soprafare: e quanto più disperava di poterlo vincere, tanto più si impegnava a volerlo per ogni modo; e arrabbiava, e s’ostinava a volgere per l’animo turbato nuovi, e stranissimi sforzi di crudeltà, che necessariamente avessero a soperchiare in qualche modo quella divina virtù. Tal’era la disposizione bestialissima del cuore del presidente. E il santo martire intanto teneva gli occhi fisi nel cielo, e in mezzo ad un pelago sì tenebroso, e sconvolto, e imperversante, con mente serena, sicura, e quietissima a gloria del suo Signore, che con tanto miracolo della sua onnipotente bontà in tanti pericoli, e in tante pene il sosteneva e confortava, con lieto canto e soave diceva: Il Signore mia ajuta, e mi sostiene, io di nulla non temo per tutte le più furiose violenze, che sopra me possa intentare l’uomo ingiusto, e infingardo… Niun male io non mai temerò, perché tu sei meco stabilmente, o Sommo Iddio[4].
Queste e altre simili erano le voci armoniose, che con molta soavità cantando proferiva; e dal ripetere, e considerare a grand’agio questi sensi celesti appresi da lui nello studio delle sante scritture, sentiva al suo spirito un accrescimento di forze, di fervore, d’ilarità, e di sicura confidenza, che mai non si potrebbe né spiegar con parole, né concepire coll’idee, da chi non l’abbia provata. Perche non solamente niun timore, niuna menomissima turbante apprensione non gli cagionarono tutti i più fieri possibili tormenti di questo secolo, che anzi erano riguardati da lui come oggetti di sommo bene, e di sommo contento; come tali gli amava, e gli desiderava con impaziente trasporto, e continuo; e sollecitandogli, con terribile, e celeste indignazione, e baldanza rimproverava i carnefici della loro lentezza e inettitudine, nel tormentare con celerità, e con vigore; nel ritrovare, e mettere in opera gl’istromenti proprj, e le necessarie maniere, per tormentarlo gagliardamente.
Perché sì vili e da poco io vi ravviso, e vi provo? Diceva il martire a suoi carnefici: perché così stupidi starvi, e insensati senza far nulla? Straziate pure allegramente questo mio corpo, ferite, lacerate, sbranate arditamente queste mie carni, e tutte ad una ad una tentate ritentate sopra di me le più barbare e sanguinose foggie di crudeltà. Quanto più cresceranno i miei supplizj, tanto più sarà grande senza paragone il premio eterno e immenso, che per sempre n’avrò. Questi sono i cari patti, che noi cristiani abbiamo concordati col Signor nostro, e questo è il contratto, che abbiamo immutabilmente stipulato con Gesù Cristo. Quante saranno le ferite, le piaghe, le lividure, le cicatrici, le offese, che noi per amor suo avremo portato su questo corpo mortale; tanti saranno i distintivi e le divise di splendidi divini onori, che al rivestire questo corpo immortale e glorioso lo faranno bellissimo, e riccamente l’adorneranno in eterno. Per le ingiurie, e per le ignominie qui per lui sostenute, palme, e corone n’avremo di gloria immensa e indefettibile; e le catene, e le carceri, onde fummo qui stretti per sua riverenza, ci saranno cambiate in collane d’oro, e di pietre preziose, che trovansi solo in cielo, e negli splendori, e nell’ampiezze, e ne beni infiniti e inenarrabili del Paradiso: e l’esser qui condannati, e confusi con i più infami malfattori, ci porta in premio a vivere in sempiterno cogli angioli del Signore, e della vita medesima, che essi godono, interminabile sempre e beatissima. Deh però mi tormentate pure senza modo e misura spietatamente, che tutti i vostri tormenti sono per me, come una eletta semenza, e divina, da cui mieterò, e raccoglierò, senzache possano ingannarmi le mie speranze, il frutto certissimo d’una vita incorruttibile, e di godimenti beatissimi e infiniti.
VI. Per tutte queste cose chiaro comprese il presidente, che in vano si faticava, per vincere col timore, e colle pene un animo di sì meravigliosa severità, e altezza: perche pensò a dover tenere con lui un’altra strada opposta e contraria. Cominciò a tentarlo colle lusinghe, e colle maniere le più dolci e obbliganti: e questo appunto è il modo, che suol tenere il demonio, per sedurre i servi del Signore; assalire i deboli, e soprafarli col timore: adescare i forti colle lusinghe, e indebolirgli. Questo diabolico artifizio trasse in opera con Gordio il presidente; e giacché tutti gli sforzi più terribili gli erano venuti meno al suo intendimento, non disperava colla dolcezza, e con magnifiche imprimesse di poterlo agirare, e abbattere. Perche gli proferse egli grandi cose, onori, agi, ricchezze, quanti potesse bramare; e l’assicurò, che assai glie ne darebbe egli stesso di presente, e si comprometteva, che molto maggiori in premio della sua ubbidienza ne averebbe dall’imperatore. Uno de’ primi posti nella milizia sarebbe per lui, e qualunque altra carica delle più onorevoli, e lucrose, che e’ domandasse, o bramasse, l’otterrebbe senza la menoma dilazione. Ma cotali ingannevoli parole punto non poterono lusingare quel cuore magnanimo; e come riderebbesi della più solenne pazzia, così e’ se ne rise al sentirle dal presidente, mostrandogli, che compativa insieme, e si burlava della somma balordaggine di lui, il quale con pazzissima ignoranza si credeva, che potess’essere qui in terra qualche bene, da potersi paragonare, e cambiare col possesso eterno dell’unico e sommo Bene. A questa nuova dileggiante ripulsa si lasciò il presidente in piena balìa della cieca sua rabbia, e del suo incredibil furore: e fuor di se affatto fremendo, e quasi urlando balza in piedi dal tribunale, ove sedeva, impugna, sfodera la spada, grida, che a lui s’appressino i carnefici, e colle mani, cogli occhi, col volto, e co’ movimenti furiosi di tutta la persona fa a tutti intendere, qual nuova scena d’inaudita immensa crudeltà, e barbarie voglia dinanzi agli occhi di tutti rappresentare sopra l’invitto martire di Gesù Cristo. Tutta la folla del teatro si ridusse, e si strinse intorno al giudice; e quelli ancora, che poco curandosi de’ giuochi equestri, erano rimasi in città, trasser tosto a vedere questo spettacolo nuovo, grandissimo, e sommamente ammirabile al cielo, alla terra, agli angioli, e a tutte le creature; e funesto, e terribilissimo al demonio, a suoi seguaci, e a tutto l’inferno. Movevano al luogo di questa gran scena, e del combattimento di Gordio, a guisa d’un ampio fiume e veloce, tutti gli abitatori di Cesarea, che in quel giorno, e a quella occasione rimase quasi vuota d’ogni uomo. Là correvano le più illustri, e pompose matrone; là le femine più vili e neglette. Le case senza padroni, e senza custodi: chiuso, e derelitto ogni fondaco; solitario e deserto ogni foro, e ogni mercato; e ogni piazza piena di vettovaglie, senzache niuno vi fosse, che le vendesse, e comprasse; e neppure un ribaldo, che, cogliendo quella opportunità, le rubasse. Era la città sfornita d’ogni correggimento, ma era sicura ancora d’ogni disordine; percioche essendone usciti tutti, niuno non v’era, che con qualche attentato, o delitto potesse comunque turbare la cittadinesca tranquillità. Avevano i servi dimentica la loro condizione, e niente ricordando né gli uffizj loro imposti, né i gastighi consueti de’ negligenti, ad altro né pensavano, né intendevano, che a voler vedere ciò, che succedesse intorno a quel gran martire: e quanti v’erano o forastieri, o paesani di Cesarea, o comunque ivi soprapresi a caso, mossi dal nobile avvenimento, tutti vollero essere testimonj di veduta degl’illustri fatti di quel giorno memorabile. Fin le vergini le più schive e ritirate a questa universalissima commozione divennero insensibili a tutti i ritegni, e alle punture della loro verecondia, e divenute audaci e baldanzose s’esponevano sicuramente agli occhi del publico: anzi di più i convalescenti, e i vecchi i più deboli e rifiniti dalle lunghe malatie, e dai molti anni alla gran voglia d’esser cogli altri spettatori rinvigorivano, e a spessi passi, e affannosi seguivano gli altri, e andavano.
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Monte Athos, Monastero di Koutloumousiou, martirio dei santi Caterius e Gordios, XVI sec. |
VII. In una sì ampia corona di popolo innumerevole vedevasi beato Gordio nel mezzo cogli occhi fisi in cielo, e con tali atteggiamenti di tutta la persona, e con un aria di volto sì attento alle cose di lassù, che ad ognuno pareva già quasi affatto diviso da ogni cosa visibile e terrena, e prima ancor della morte dei diletti infiniti del paradiso compreso, inebriato, e felicissimo. Eransegli stretti alla persona i familiari, gli amici, i parenti, e facevano intorno a lui una folta, e pressante corona. Tutti voleano vederlo dappresso, tutti abbracciarlo, tutti baciarlo, e nell’atto del separarsi da lui confusi, sospirosi, e piangenti con timide voci il consigliavano, a non volersi da sestesso gittare ad arder vivo nel fuoco: considerasse il bel fiore della sua gioventù, ne pigliasse qualche cura e pietà; non si privasse per sempre d’ogni bene, e sino della vita; pensasse, che altrimenti facendo, mai più non vedrebbe la bella luce del sole. E fra questi vi furono alcuni, i quali o perche intendessero di non poterlo rimuovere dalla sua fede; o perche essi ancora credessero ciò non doversi fare da lui, gli proponevano un partito a prima vista meno irragionevole, e il confortavano a conservare, se sì gli piaceva, sincera la fede, e l’affetto di Gesù Cristo entro del suo cuore; e soltanto colla bocca e in apparenza lasciasse per allora la confessione eterna del nome di Gesù Cristo, e rivocasse, e ritrattasse la già fatta, e confermata con troppo ardita, e sconsigliata costanza. Gli ricordavano, che a Dio non pur le parole degli uomini, ma similmente il cuore è aperto e manifesto; e non tanto riguarda alle nostre parole, quanto all’animo e al cuore, di chi le proferisce. Quieterebbe egli così, e raddolcirebbe l’animo del giudice contro di lui tento infierito e furioso, e nulladimeno si manterrebbe col cuore fedele a Dio e realmente cristiano. Ma il beatissimo Gordio, come appunto una gran rupe in mezzo al mare, la quale punto non si scuote, e non si risente ai moltiplici e continui flutti del mar burascoso, e che per ogni parte la percuotono e ripercuotono, e tutti immobilmente gli sostiene, e gli rifrange; così tutti rigettò i consigli, e i conforti di quegli indiscreti e malavveduti amatori della sua vita mortale, e sempre meglio si raffermava e stabiliva nel magnanimo suo proponimento, e nella sua costantissima virtù. Questa sua virtù era come una grande, e ben disposta casa, con somma avvedutezza, e sapienza costrutta e inalzata sopra un ampio, e profondo, e saldissimo fondamento, la quale di niente non temeva d’essere atterrata né dall’impeto de’ più gagliardi contrarj venti, né dall’abbondanza delle più lunghe, e dirotte piogge, né dagli assalti di precipitosi torrenti: e però sempre si mantenne fermissima, e immutabile, e né le minacce, né gl’inganni, né niuna maniera di nemici poterono mai né abbatterla, né menomarla, né commuoverla. Egli nel mezzo di tutti questi nemici cogli occhi dell’intelletto discerneva e discopriva il demonio, che arrabbiato in volerlo opprimere, qua e là discorreva invisibilmente, e coll’arte sua infernale dove accendeva a suo danno sdegno e furore, dove moveva compassione e lacrime, dove inspirava facondia e eloquenza; e a tutto s’appigliava, e in tutto faticavasi per espugnarlo.
All’ultimo l’invitto confessore di Gesù Cristo fermò gli occhi a coloro, che su di lui piangevano; e pigliando le parole di Gesù Cristo disse loro: non vogliate piangere sopra di me[5], ma piangete sopra i nimici d’Iddio, che tanto incessantemente imperversano contro i cristiani. Sì sì costoro piangete, che meritano d’esser pianti davvero: essi preparano a noi ingiustamente un brieve fuoco e fugace, e s’apparecchiano, e si assicurano per loro stessi tutti gl’incendj inestinguibili e sempiterni del baratro infernale, dove dovranno in eterno rabbiosamente soffrire tutti i tesori della collera e della vendetta divina inesorabile. Piangete costoro, e lasciate di pianger me, e di tentare con lacrime inopportune la ferma costanza di questo mio cuore. Io sono pronto e volenteroso non solamente di morire una volta per gloria del mio Signore, ma, se fosse possibile, di morire anche mille volte e più.
Quindi si rivolse a coloro, che esortato l’avevano a rinegare colla lingua senza più il nome di Gesù Cristo, e disse loro: è dono e benefizio del mio Signor Gesù Cristo questa lingua, che io ritengo tuttora: questa mia lingua non è sì barbara e sconoscente, che possa indursi a rinegare il suo benefico Facitore. Ogni cristiano è tenuto a credere col cuore in Gesù Cristo, per essere giustificato; e a professare colla lingua questa fede, per essere salvato[6]. Anche un soldato di professione può sperare salute da Gesù Cristo. Né vi faceste a credere, che un centurione non possa mai esser pio, e fedele. Ben mi rammenta di quel centurione, che trovossi presente alla morte e alla croce del Salvatore; egli ai prodigj stupendi, che in quel gran giorno si videro, la divinità conoscendo del Crocifisso, con militare franchezza in mezzo alle furie più smaniose degl’imperversanti Giudei non temé di confessare quello, che di Gesù Cristo credeva, e di protestare apertamente, Lui essere senza fallo Figliuolo d’Iddio.
Come ebbe finite queste parole, con molta riverenza, e fiducia si segnò il nostro martire col segno della croce, e con grande costanza, e ilarità, senza punto impallidire, o mutar di colore, giulivo e sestante si avviò al supplizio: e tanta era l’allegrezza, che negli occhi, nel volto, nel caminare, in ogni sua maniera dimostrava, che non è da spiegare: e pareva, a vederlo, non che fosse da crudeli carnefici carico d’ignominiose catene menato al supplizio; ma che si trovasse in un lietissimo coro di angioli beati del Signore, che carico d’allori e di trofei il guidassero al trionfo. E così era in verità; e egli sel vedeva, e se ne piaceva all’eccesso, bene e fedelmente intendendo, che siccome l’anima del povero, e mendico Lazzaro appresso la sua morte fu dagli spiriti beati del cielo allogata al riposo de’ giusti nel seno d’Abramo; così la sua dopo il brieve patire d’una morte passaggiera sarebbe sublimata dall’angioli nel cielo al sicuro sempiterno possesso di ogni felicità nel regno beatissimo, e interminabile del suo Signore.
E al suo morire sì alte grida si levarono da tutto il popolo, che mai per lampi, tuoni, fulmini, gragnacole, e tempeste non si sentì un fragore e rumoreggiare per l’aere simile a questo. Ecco qual fu il combattimento del nostro martire, ecco la sua vittoria; ed ecco il gloriosissimo spettacolo della sua fede, che egli diede in se stesso qui in terra al cielo, all’inferno, al mondo, a tutte le creature. Spettacolo in vero grande, ammirabile, e divino, che per gloria del suo Signore, che a lui donò tanta costanza, a eterna memoria di lui, che sì bene accolse, e corrispose ai doni celesti del suo Dio, mai né pel lungo andare degli anni, e delle età dei nostri più lontani posteri non dimenticheranno; mai pel molto ricordarlo non parrà a niuno o meno amabile, o meno stupendo; e fino al finire de’ tempi nella Chiesa di Gesù Cristo sia sempre caro, e riverito, e celeberrimo. Conciossiache siccome il pregio, e la bellezza del sole è, per quanto può essere in una creatura, grandissima, e pel molto riguardarla e considerarla sempre più amabile ci pare e maggiore; così de’ meriti, e della gloria di questo martire dee molto meglio e più certamente intervenire; e quanto più arderà cogli anni attempando, e per le lodi di molti ampliandosi, tanto più cara diverrà, e piacevole, e stupenda. È già sentenziato e promesso da Dio, che la memoria gloriosa del giusto durerà in eterno[7]: finché durerà questa terra, e questi suoi abitatori, durerà qui in terra: nel cielo poi la sua durata si misurerà, sarà uguale alla durata sempiterna del nostro giusto, e altissimo Giudice, e Rimuneratore Gesù Cristo Signor nostro giusto, cui sia onore, e imperio ne i secoli eterni.
Da: ATTI SINCERI De primi martiri della chiesa Cattolica. Raccolti dal P. RUINART e tradotti nella lingua Italiana con prenotazioni e note da F. M. LUCHINI. Tomo IV, ROMA MDCCLXXIX, 33-49.
Tropario
Infiammato di zelo per la fede, di tua spontanea volontà ti affretti allo stadio e gioisci nel concorrer lì. Tu plachi le fiamme del male nei torrenti del tuo sangue versato con la decapitazione, o vincitore del premio. Il Datore-di-Vita ti ha glorificato, o Gordio.
Kontakion - Tono 8
San Gordio, la terra ha ricevuto il sudore del tuo lavoro; il sangue che hai versato ha fatto la gioia dell’universo. Salva con le tue preghiere coloro che cantando la tua gloria nella fede, degnamente ti onorano, martire divino e glorioso, degno di lode.
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