Martirio di san Luciano di Antiochia
Commemorato il 15 ottobre
Il santo ieromartire Luciano, presbitero di Antiochia, era nativo della città siriana di Samosata. Rimasto orfano a dodici anni, Luciano distribuì i suoi averi ai poveri, e se ne andò nella città di Edessa dal santo confessore Macario, sotto la guida del quale iniziò diligentemente a leggere la Sacra Scrittura e imparò la vita ascetica. Per il suo pio e zelante impegno nella diffusione del cristianesimo tra gli ebrei e i pagani, Luciano fu fatto presbitero.
Ad Antiochia san Luciano aprì una scuola dove raccolse molti studenti, e insegnò loro come comprendere le Sacre Scritture, e come vivere una vita virtuosa. San Luciano oltre ad insegnare, si dedicò alla composizione di diverse opere, inoltre corresse il testo greco dei Settanta, che era stato danneggiato in molti punti da copisti e dagli eretici che deliberatamente lo avevano distorto al fine di sostenere i loro falsi insegnamenti. L’intero testo greco della Bibbia che aveva corretto era nascosto in un muro, al momento della sua confessione di Cristo, e fu ritrovato al tempo di san Costantino il Grande.
Durante la persecuzione di Diocleziano, san Luciano venne arrestato e mandato in prigione a Nicomedia, dove per nove anni incoraggiò altri cristiani, prigionieri con lui, a rimanere saldi nella loro confessione di Cristo, invitandoli a non temere le torture o la morte.
San Luciano morì in prigione per le molte terribili torture e per la fame. Prima della sua morte volle partecipare dei Santi Misteri di Cristo nella festa della Teofania. Alcuni cristiani che lo visitarono gli portarono il pane e il vino per l’Eucaristia. Lo ieromartire che, legato dalle catene, giaceva su un letto di cocci taglienti, fu costretto a offrire il sacrificio incruento sul suo petto, e tutti i cristiani in carcere con lui ricevettero la Comunione. Il giorno dopo, l’imperatore inviò dei messi per vedere se il santo era ancora vivo. San Luciano disse loro tre volte: “Io sono un cristiano”, poi consegnò la sua anima a Dio. Il corpo del santo martire fu gettato in mare, ma dopo 30 giorni alcuni delfini lo portarono a riva. I credenti riverentemente seppellirono il suo corpo straziato dalle tante sofferenze.
San Luciano era originariamente celebrato il 7 gennaio, giorno della sua nascita al cielo. Più tardi, quando per questo giorno venne fissata la celebrazione della Sinassi di san Giovanni Battista, la festa di san Luciano fu trasferita al 15 ottobre. La data di ottobre può essere associata alla dedicazione di una chiesa che fu costruita in Antiochia da sant’Elena, sulla tomba del santo.
Anche se era solo un sacerdote, a volte san Luciano è raffigurato con i paramenti episcopali. La Guida Stroganov degli iconografi pubblicata in Russia nel 1869, sulla base di un manoscritto del 1606 rappresenta san Luciano con un phelonion e recante in mano l’Evangelo, ma non indossa l’omophorion del vescovo. Un altro manuale, il Podlinnik Litsevoy, afferma che san Luciano deve essere rappresentato con l’omophorion.
Può darsi che i russi immaginino san Luciano come vescovo a causa della sua importanza per la Chiesa, e per questo è così raffigurato. Allo stesso modo, san Charalampo è dipinto come prete nelle icone greche, e come vescovo nelle icone russe.
Alcune reliquie di san Luciano sono venerate nella Chiesa “S. Maria Assunta in Cielo” di Lusciano, in provincia di Caserta.
Martirio di san Luciano prete
descritto da san Giovanni Crisostomo
I. Ieri da noi fu solennizzata l’annuale memoria di quel giorno, in cui Gesù Cristo Signor nostro si battezzò nell’acqua del Giordano: oggi da noi si celebra la solenne ricordanza d’un servo fedele di Gesù Cristo, e del giorno memorabile, in cui questi si battezzò nel proprio sangue: jeri con allegrezza ci ricordammo delle porte del paradiso a noi riaperte pel battesimo di Gesù Cristo; oggi meniamo festa e trionfo delle porte dell’inferno abbattute, e conculcate dal battesimo e dal sangue d’un martire. E niuno non prenda meraviglia, che io abbia chiamato battesimo il martirio. Conciosiache, siccome pel battesimo di Gesù Cristo scende, e si stabilisce nell’anima dell’uomo colla dovizia de suoi doni divini lo Spirito Santo, e tutti si cancellano perfettamente i peccati, e l’anima dell’uomo in una guisa maravigliosa, e incomprensibile è a nuova vita e divina rigenerata; così adiviene similmente pel martirio: siccome nell’ battesimo l’acqua è quella, che versata su corpi umani col lavargli adopera que’ divini stupendi effetti già accennati; così nel martirio il sangue sparso dal martire è quella lavanda, che il rende un altro immensamente superiore a quello, che era prima, e a Dio similissimo. Ecco la sorte beata, e stupenda, che certissimamente si procacciò col morire il nostro santo. Ma primache venga a parlarvi della sua morte, stimo opportuno, e richiesto il premettere una breve sposizione della maliziosa astuzia, onde s’argomentò il demonio d’ingannarlo, e sedurlo.
Aveva già scoperto e conosciuto a prova lo scaltro nimico, che questo martire invitto nulla temeva, anzi si rideva di tutti i più spaventevoli tormenti: e accese fornaci, e fosse profonde, e ruote, e spade, e altri tali istrumenti ferali gli erano stati posti dinanzi agli occhi, e minacciati più volte, ma sempre senza frutto. Sospeso all’eculeo, gittato da altissimi precipizj, esposto alle fiere, mai non mostrò un menomo timore: e tutte queste cose mai non commossero di nulla la costanza invincibile del suo grand’animo. A soperchiare una sì rigida e altiera filosofia, pensò il demonio, di dover trovare qualche nuovo ingegno, e qualche nuovo inganno accorto, e fortissimo: e continuamente ricercandone d’ogni sorte col pensiero, voleva rinvenirne uno, in cui si unissero e lunghezza somma di durata, e somma acerbità di dolore. E perciocche bene intendeva, che, se il dolore è sommo e insoffribile, opprime affatto il paziente, e col dargli tosto la morte, lo libera prestissimo d’ogni pena; se il dolore è di qualche durata, a proporzione di questa debb’essere in se medesimo più mite e rimesso; egli si studiava di trovare una maniera di supplizio, in cui né l’eccesso del dolore avesse ad abbreviarne la lunghezza, né questa avesse a mitigarne lo spasimo; acciocche una somma lunghezza, e un sommo spasimo insieme, non togliendo al corpo di lui la vita, venissero a togliere infallibilmente all’anima di lui ogni fede, ed ogni cristiana virtù. Che fece egli dunque? Ordinò, che fosse condannato il nostro martire a morirsi lentamente di fame. Al sentire questa maniera di supplizio e di morte, fatevi su attenzione per comprenderne la somma, e diuturna acerbità, che forse poco s’intenderebbe senza considerarla bene con molta riflessione: e tutti quelli, che lungamente soffrirono la fame, hanno concordemente testificato, che sopra ogni altro tormento ella è penace; e tutta quella ferale apparenza di sanguinosa barbarie, che le manca, e che si scorge in assai maniere di altri tormenti, in questo è largamente compensata dalla invisibile, e lunghissima atrocità, con cui, senza restar mai per un momento, con morsi sempre più dolorosi, e importabili rode, e consuma al di dentro, e in ogni parte, e insiememente e tutta la persona, e tutte le sue facoltà…
E quando l’empio implacabile nimico s’avvide, che neppure questo suo diabolico attentato non riusciva alla fine da se imaginata, e voluta; trovò maniera di rendere questo stesso supplizio viepiù grave, e furiosissimo. Fece recare alla carcere varie sorte di que’ cibi, che erano stati già sacrificati agli idoli; e di ogni maniera di vivande tali squisitamente acconciate, e odorose, e saporitissime fece dinanzi al martire imbandire una lauta mensa; acciocche la fame rabbiosa, e canina, che pativa da più giorni, dalla vista d’una abbondante, e appetitosa mensa a se presente fosse semprepiù irritata, indispettita, e all’ultimo quasi per forza condicesse le mani di lui a pigliarne, e cibarsene, e cessare da se ogni pena; e così cedesse al fine la sua lodevole alterezza, e generosità. Bene intendeva il maligno invidioso ingannatore, che mai gl’innati appetiti dell’umana natura tanto gagliardi, e impotenti non ci sollevano contro, quanto alla visibile presenza degli oggetti, che gli sollecitano, e gli avvalorano: e se virtù e costanza non ordinaria bisogna sempre per infrenare l’appetito del diletto carnale; il contenerlo, il moderarlo, il vincerlo, avendo sotto degli occhi, e veggendo a lungo agio un volto il più leggiadro, il più lusinghiero, il più amoroso, è virtù così virile, anzi divina, che o si reputa un impossibile inventato, e narrato per trattenimento ammirevole; o si proprone come uno de’più stupendi prodigi della onnipotente misericordia del Signore. Ma il nostro servo fedele dell’altissimo Iddio resse fermo e costatissimo a quest’assalto ancora; e ciò, che il demonio imaginò, che abbatterebbe la sua fortezza, la stabilì viemmaggiormente più, e la mostrò affatto insuperabile. Imperciocchè non solamente la presenza, e l’aspetto di quella piacevole, ma sacrilega imbandita mensa punto non l’allettò la sua fame a volersene cibare; ma di più un orrore e abominazione incredibile e somma si risvegliò nel suo cuore verso di quei cibi, in considerando come, e a chi fossero stati offerti e sacrificati. E siccome adiviene, che odiando alcuno qualche suo nimico, se in lui s’avvenga, o sia necessitato averlo a se presente, e fargli compagnia, tutte allora confusamente si ravolgono per l’animo le cagioni ingiuriose della inimicizia, e l’odio, e il dispetto, e il rancore cresce, e la brama della vendetta monta all’eccesso; così al vedersi innanzi que’cibi sacrileghi, tutte andava riguardando le vergognose nefande lordure, e profanazioni della idolatria; e un nuovo odio, e abominazione ne concepiva, né altro sapeva bramare, o pensare, che l’esterminio, l’annientamento d’ogni idolatrica superstizione, e d’ogni qualunque cosa, o memoria di sì detestata e aborrita empietà.
E se mai la fame, dentro di lui levando piucche mai altissimi i suoi latrati, il faceva obliare quelle sporchissime cerimonie, onde que’cibi inverso di se immacolati e puri erano stati contaminati e corrotti; il santo timor d’Iddio il riscuoteva tostamente, e rimostrandogli il lezzo schifoso di quelle vivande, ritraeva da loro e l’animo, e la mano inorridita e sdegnosa. Quindi a giusto, e dolce conforto, e quietamento dello spirito da tanti, e sì contrarj, e sì poderosi affetti agitato, e confuso, levava gli occhi dell’intelletto a quella mensa tremenda insieme, e amabilissima, che sta imbandita in eterno nel cielo per tutti i felici convitati alle nozze divine dell’imacolato Agnello: e in questo beato pensiero inoltrando, e perdendosi tutto, s’inebriava nell’animo d’una soave speranza, d’un immenso amore, d’un nuovo incomprensibile, forte, e quietissimo desiderio di quella cena celeste, che contemplava: di che rinasceva in lui un fermo e sicuro proponimento, di sofferire piuttosto qualunque pena, che stendere la mano a quella mensa diabolica, che aveva innanzi al suo corpo: e per viemmeglio meritare la mensa e la cena divina e sempiterna, già provava in sestesso un immenso trasporto a sempre più, e sempre più lungamente patire, e poi morire, e a somme pene morire per onore e riverenza del suo Signore e Dio. Riandava ancora colla memoria gl’illustri esempi de’ tre garzoncelli ebrei menati prigioni e schiavi all’empia Babilonia[1]. Era inesperta la loro età, erano in paese non proprio, erano in mezzo ad un popolo barbaro, e miscredente; ed erano di più d’ogni umano favore, e sostegno, e d’ogni providenza, e consiglio sproveduti e soli: e non pertanto sì loro assisté propizia e pietosa la divina protezione, che si astennero costantemente dagli immondi cibi dalla santa loro religione disdetti e vietati; e tanta e sì meravigliosa sapienza mostrarono ne savissimi provedimenti, che presero perciò, che fino a giorni nostri con amorosa maraviglia di tutti, chiarissima ne risuona da per tutto la fama e gli encomj. Questi erano i pensieri, questi gl’intrattenimenti del santo martire, sedendo innocente, e prode a quella mensa infernale; e per questi e’ si rideva dell’insidiosa astuzia del demonio, disprezzava e scherniva semprepiù la sua debolezza; e tormentato da immensa fame, e assillo ad una lauta mensa, per amore del suo Signore mai non distese la mano, mai non gustò, mai neppure si piacque leggermente di que’ cibi scelerati.
Sacro Monastero di Decani, il corpo di san Luciano gettato in mare dai pagani
II. Dopoche il demonio conobbe, che neppure con questo sì vigoroso attentato non poteva abbattere e superare la fortezza invitta di questo martire invincibile, fece, che fosse di nuovo rappresentato in giudizio, che fosse messo a tormenti, e che ne’ tormenti con molte e replicate domande e suggestioni fosse e molestato, e sospinto a dir qualche cosa contraria alla sua fede, e alla sua virtù. Egli però ad ogni qualunque interrogazione, e ad ogni qualunque cosa gli si diceva, altro non volle mai rispondere, se non se questo: io sono cristiano.
Gli domandava il tiranno, e gli diceva: qual è la tua patria?
E il martire rispondeva: io sono cristiano.
Ripigliava quegli: qual mestiere è il tuo?
E il martire: io sono cristiano.
Il tiranno diceva: sono vivi i tuoi genitori? Come si chiamano eglino? Di che condizione, o grado sono?
E il martire, siccome ad ogni cosa, altra risposta, che questa, non dava mai: io sono cristiano.
E queste brievi parole in bocca sua, e questa magnanima confessione era come una spada acutissima, ond’ei feriva mortalmente il capo al serpente infernale, e con ripeterle spesso, e immutabilmente, all’ultimo il conquise. Né egli rispondeva queste sole parole, perche non sapesse in altra maniera alla apparenza più dicevole, e più diretta rispondere alle loro domande, e alle bestemmie, e con che insultavano gli empj la cristiana filosofia. Egli era in ogni scienza versatissimo, e possedeva a meraviglia e la sapienza dell’evangelio, e la dottrina del secolo, che per un cristiano è come una merce forastiera. Ma perciocche bene e sanamente intendeva, che a riuscire vincitore da sì fatti diabolici litigi, non bisognano gli argomenti, e l’eloquenza, ma un umile fede, e divozione, perciò altre parole non volle usare, che quelle, le quali dimostrassero l’umile sua costanza nella fede, e un acceso, e fortissimo amore a Gesù Cristo. Ecco il motivo, perche volle sempre e dire, e ripetere ad ogni interrogazione, e suggerimento quelle sole parole, io sono cristiano; e con queste sole parole ruppe, fugò, e chiuse per sempre nel baratro infernale tutte le schiere diaboliche, che gli si erano mosse contro per abbatterlo, e menarlo loro schiavo in eterno. La qual risposta di più può parere a tutte le domande poco conveniente solamente a coloro, che poco la comprendono, né con attenzione l’esaminano, e la pesano. Imperciocche un uomo verace in dicendo, io sono cristiano, dice e dichiara e la patria, e i parenti, e la condizione, e l’impiego, ed ogni altra cosa a se appartenente. E in che maniera ciò possa essere, or ora io brevemente le vi spiegherò.
Il cristiano qui in terra è forastiero e pellegrino, e niun paese però non ha, né può riputare, che sia sua patria: la celeste Gerusalemme, verso dove camina, e tutti tien rivolti i suoi pensieri e affetti, e che debbe possedere e abitare in tutti i secoli de’ secoli, questa sola è la sua patria stabile, e fortunata. E però dice san Paolo: la santa Gerusalemme, che è nel cielo, è una città libera, e felicissima, e quella sola è la nostra patria[2]. Un uomo cristiano in niun arte, in niuna professione del secolo non si stabilisce mai, né si ferma, né vi si adopera come in impiego suo proprio, e totale; ma solamente dirò così impresta per qualche brev’ora a sì fatte facenduole qualche occupazione e lavoro delle sue membra corporee, senza punto impegnarvi mai il suo spirito, che tutto co’suoi pensieri e affetti e’ nel cielo. E però dice san Paolo: la nostra conversazione è nei cieli[3]. Un uomo cristiano riguarda solamente, e ama, e pregia come suoi congiunti, e parenti, e cittadini, e familiari tutti i santi del paradiso. E però dice san Paolo: noi siamo cittadini de’ santi, e tutti insieme domestici d’Iddio[4]. Or dovendo un cristiano riguardar sempre tutte le cose visibili in questo prospetto di verità, in che a lui le rappresenta la fede, e dovendosi in tutte rammentare, che è cristiano, e dovendo sempre parlare da cristiano; con molta verità, e aggiustatezza, e precisione ad ogni interrogazione di cosa terrena risponde: io sono cristiano.
Ecco come il nostro santo con questa sola risposta con acutezza, e con verità dichiarò, e chi egli fosse, e d’onde, e di chi figliuolo; di qual grado, di qual professione; e tutto in somma spiegò il carattere meraviglioso della sua vita. Con queste voci in bocca, io sono cristiano, all’ultimo finì di vivere a questa vita corporea e corruttibile: e salvo, e glorioso, e vantaggioso sommamente riportò a Gesù Cristo il deposito della sua fede, e tutti i doni, e talenti d’ogni maniera, da quel supremo padrone benefico a lui affidati; e lasciò a tutti i posteri gloriosi esempj di sincera cristiana virtù; e una lezione convincentissima non data in parole, ma fatta stabilmente in tutte le sue azioni, che un uomo cristiano di niuna cosa debbe né temere, né curare se non se del peccato, e dell’abbandono e rinegamento della fede di Gesù Cristo…
Da: ATTI SINCERI De primi martiri della chiesa Cattolica. Raccolti dal P. RUINART e tradotti nella lingua Italiana con prenotazioni e note da F. M. LUCHINI. Tomo IV, ROMA MDCCLXXIX, 108-114.
Reliquia della testa di san Luciano, venerata nella Chiesa
“S. Maria Assunta in Cielo” a Lusciano, prov. di Caserta.
Tropario - Tono 3
Radioso con lo Spirito, hai insegnato la vera conoscenza della vera fede; istruttore dei martiri, o Luciano, sei stato glorificato nel combattimento. Intercedi presso Cristo, nostro Dio, che ci conceda grande misericordia!
Tropario - Tono 4
Il tuo santo martire Luciano, o Signore, con la sua sofferenza ha ricevuto una corona incorruttibile da Te, Dio nostro. Partecipe della tua forza, ha sconfitto i suoi avversari e infranto l’audacia impotente dei demoni. Per la sua intercessione, salva le nostre anime!
Kontakion - Tono 2
Ti onoriamo con inni di gloria, Luciano, stella radiosa. Sei stato dapprima raggiante per il tuo distacco dalle cose di questo mondo; e sei stato poi innalzato dalla tua lotta. Prega incessantemente per tutti noi.
immagini:
http://www.srpskoblago.org/Archives/Decani/exhibits/Menologion/October/CX4K3485_l.html
http://www.chiesadilusciano.it/