Atti dei santi martiri
Nemesio, Lucilla, Sinfronio, Olimpio, Esuperia e Teodolo
Gli Itinerari del VII secolo attestano la venerazione che a questo gruppo di martiri[1] era tributata presso le catacombe di Via Latina. Papa Gregorio V, nel 996, fece traslare i loro santi corpi dalle catacombe a Santa Maria Nova al Foro Romano.
La loro memoria è celebrata il 31 ottobre.
Roma, Colosseo, la “croce dei martiri”
Acta Sanctorum Nemesii Lucillae et sociorum martyrum
Al tempo di Valeriano e Gallieno imperatori molti cristiani spaventati dalla lor crudeltà si occultarono; altri, invece, palesandosi, conseguirono la palma del martirio. Era prescritto dalla legge che al delatore d’un cristiano ascoso avesse a spettare larga parte del patrimonio di cui questo veniva spogliato.
Allora il beato Stefano vescovo di Roma, radunato il suo clero, gli tenne questo discorso: “Fratelli, sonvi noti i diabolici crudeli decreti: voi, pertanto, staccatevi sempre più dai beni della terra, onde conseguire il bene celeste; non v’impaurite dei potenti del secolo, ma pregate Dio, che solo può sottrarci ai nemici ed associarci alla sua gloria”.
Il prete Bono rispose: “Non solamente siamo apparecchiati ad abbandonare ogni nostro avere per amore del Signore nostro Gesù, ma a versare altresì tutto il sangue per sicurarci la sua grazia”.
Tutti gli astanti s’inginocchiarono dinanzi a Stefano avvertendolo avervi infanti non peranche battezzati, a’ quai nell’imminente pericolo voleasi provvedere; e Stefano diè loro appuntamento pel giorno seguente nella cripta nepoziana[2]. Convenuti che quivi furono da centotto, uomini e donne, Stefano li battezzò e offerse per essi il Sagrifizio, a cui tutti parteciparono.
Nel dì seguente Stefano diede ordine alle cose della Chiesa, commettendole a tre preti, sette diaconi e sedici chierici; indi si diede a ragionare del regno di Dio e della eternità.
Mentre questa bisogna fervea capitò Nemesio tribuno, che avea una figlia cieca sin dalle fasce, e si prostrò dinanzi a Stefano dicendo: “Ti scongiuro di battezzare me e la figlia acciò i suoi occhi s’illuminino, e le nostre anime sottraggansi alle tenebre eterne”.
Stefano: “Se crederai di vero cuore, conseguirai ogni tuo voto”.
Nemesio: “Credo fermamente che Gesù Cristo è Dio, il quale diè la visione al cieco nato: venni a te non per suggerimento altrui, ma per vocazione propria”.
Stefano mandò Nemesio alla parrocchia del Pastore dove fu catechizzato insieme alla figlia; indi li battezzò; e, mentre usciva dal sacro fonte, la fanciulla sclamò: “Vedo colui che mi toccò la fronte, e intorno a lui una gran luce”. Stefano, per questo, impose alla neofita nome di Lucilla. Molti allora domandarono d’essere parimenti battezzati; e lo furono in numero di sessantadue.
Riseppe Valeriano la conversione di Nemesio; e determinò di punirlo. Nemesio intanto si aggirava, ovunque trovava poveri da sussidiare. Una notte gli accadde veder lontano il console Massimo che sagrificava nel tempio di Marte: s’inginocchiò e pregò: “Signore del cielo e della terra! Sperdi le fallacie diaboliche, acciò quegl’infelici si sciolgano dai lacci di Satana”. In quel punto, il Console si sentì preso dal demonio, e gridò: “La orazione di Nemesio cristiano m’incede”. Corsero fuori i littori, trovaron Nemesio, e mentre lo arrestavano, Massimo spirò.
Il prigioniero fu tradotto a Valeriano, che gli disse: “Dove n’andò la prudenza che in te conobbi sin qui? Epperò ti esorto a non abbandonare gli Dei, a cui rendesti onore sin da fanciullo”.
Nemesio piangendo: “Sciagurato peccatore calpestai sinora la verità, e versai sangue innocente: conquiso dalla misericordia divina conosco al presente quale sia il Creatore del mondo, e il di lui Figlio, che mi redense: Ei fu che restituì la vista a Lucilla, Egli che illumina i cuori, onde Lui temo, Lui adoro, e ributto ogn’idolo manufatto, corruzioni diaboliche inducenti a perdizione”.
Valeriano: “So le malìe di cui ti valesti a spegnere Massimo, e le quali adopri a danno di me e dello Stato”. Ciò detto, mandò Nemesio in carcere, fe’ chiedere a Sempronio amministratore del patrimonio di Nemesio a quanto esso ammontasse, e consegnò Lucilla ad una femmina di mali costumi.
Il giorno dopo Sempronio fu chiamato dal tribuno Olimpio a presentare il chiesto rendiconto: rispose: “Se mi domandi informazioni intorno al patrimonio di Nemesio, sappi che per sua commissione l’ho distribuito ai poveri in onore di Cristo: se poi tu pretendessi costringermi a sagrificare, t’avviso che ti risponderò, come ha fatto il mio padrone”.
Olimpio: “Distendetelo sulla panca, e frustatelo: accostategli un tripode, e il simulacro di Marte”.
Sempronio al simulacro: “Dio ti strugga!”, e l’idolo ch’era di bronzo dileguò come cera al fuoco.
Olimpio stupito: “Riconducetelo!”, e venutone alla moglie Esupera le raccontò l’avvenuto.
Esupera: “Se tal è la potenza di Cristo, perché non riconosciamo a preferenza de’ nostri Numi, inetti a giovare, il sanatore della figlia di Nemesio?”.
Olimpio commise al servo Tertullino di trattare benignamente il prigioniero; al quale di notte venuto colla moglie e il figlio, disse: “Ti chiediamo d’essere battezzati”.
Sempronio: “Consento, se siete disposti a far penitenza”.
Olimpio: “Per convincerti della nostra sincerità, guarda”, e gli aperse il sacrario dei domestici Lari, pieno d’idoli; soggiungendo “li pongo in tua balìa”.
Semproniano: “Li spezza di tua mano; e i frammenti metallici distribuisci a’ poveri”.
Olimpio obbedì, e si apprestò colla moglie a ricevere il battesimo.
Riferì Sempronio que’casi a Nemesio che ne giubilò. Stefano catechizzò i catecumeni imponendo al figlio d’Olimpo il nome di Teodulo.
Valeriano infuriò al risapere que’casi: “Questa superstizione contagiosa, scalmò, già già abbatte il culto degli Dei!”, e fe’ tradurre Nemesio e Lucilla al tempio di Marte: ivi fu tronca la testa alla figlia, presente il padre, felice di vederla precedere nella via del cielo, per la quale poco stante seguilla. Il beato Stefano ne raccolse i corpi e li seppellì sulla via Latina poco fuori della città.
Valeriano si fece addurre Sempronio, Olimpio, Esupera e Teodulo e disse loro dall’alto del suo tribunale nel tempio di Tellure: “Perché non adorate i Numi che governano il mondo?”.
Sempronio: “Chi governa il mondo, è Gesù Cristo”.
Valeriano comandò che gli arrestati fossero arsi appié del colosso del Sole sugli accessi dell’anfiteatro Flavio. Lor ossa vennero notturnamente raccolte da Stefano, accompagnate con inni e canti dal suo clero, e tumulate il dì precedente le calende di Novembre.
Da: Conte TULLIO DANDOLO, Roma Cristiana nei primi secoli, vol. II – Martiri, Assisi 1866, 115-118.
[1] Eccettuata Lucilla, il cui nome non è riportato dagli itinerari o altre fonti (cfr. Giovanni Sicari, Reliquie Insigni e “Corpi Santi” a Roma).
[2] La cripta detta Nepoziana trovasi entro la città di Roma ai piedi del colle Viminale, nel viottolo detto anche oggidì Patrizio. Il Viminale è uno dei sette colli di Roma, che dal monte Esquilino prolungasi a mezzodì a foggia di lingua. È detto Viminale dai vimini o vinchi da cui era coperto prima che fosse abitato dai Romani (Varrone l. 4). Fra l’Esquilino ed il Viminale dilungasi una valle da mezzodì a settentrione. La strada tracciata in fondo a questa valle ha i nomi di via urbana da Papa Urbano VIII che la aderizzò; di via di S. Pudenziana perché conduce a quella chiesa. Questa chiesa fu da s. Pio I dedicata al culto del vero Dio in un luogo detto terme di Novato nel vico Patrizio. Questo vico venne così denominato perché Servio Tullio, uno de’ primi Re di Roma, che abitava sul monte Esquilino, obbligò tutti i patrizi ad abitare in questo luogo affinché non potessero fare novità, e per comprimerli ogni volta avessero tentato di fare qualche movimento (Nibi Roma ant).