Atti di san SebaStiano Martire
(BHL 7543)
Le più antiche notizie intorno a san Sebastiano sono desunte dalla Depositio Martyrum e dal Commento al salmo 118 di sant’Ambrogio di Milano, il quale riferisce che il santo era originario di Milano e si era trasferito a Roma, ove soffrì la passione. Gli Acta Sancti Sebastiani Martyris sebbene attribuiti anch’essi alla penna di sant’Ambrogio, risalirebbero al V secolo e sono oggi ritenuti opera di Arnobio il Giovane. Negli Acta le poche notizie certe sono state inserite all’interno di una trama avvincente che associa il nome di Sebastiano a quello di altri martiri Romani, di cui probabilmente poco o nulla si conosceva; tuttavia non mancano importanti riferimenti storici, desunti anche dalle tradizioni legate ai luoghi Sebastianei.
La Chiesa Ortodossa celebra la memoria di san Sebastiano e dei suoi compagni nel martirio il 18 dicembre; il Martirologio Romano ricorda la depositio ad Catacumbas di Sebastiano il 20 gennaio.
Gesta Beati Sebastiani martyris clarissimi
Sebastiano, fervente cristiano, oriundo di Narbona, stato educato a Milano, fu totalmente accetto agl’imperatori Diocleziano, e Massimiano, che gli fidarono il comando della prima coorte[1] e sempre se lo vollero presso: era personaggio di parlare schietto, di giudizii retti, di consigli provvidi, delle proprie mansioni esecutore fedele, operatore valente; di grande bontà, di specchiati costumi: i soldati lo veneravano qual padre; i magistrati della reggia se lo tenevano caro, ed avevanlo in sommo pregio.
Fervido cultore di Cristo, non passava giorno che ei non gli pagasse il tributo della preghiera, e delle opere, però studiavasi che della propria religione avesse a durare il segreto, non, però, per tema, ove lo si scovrisse, di perderne onori e vita: della clamide[2] si giovava per celare d’essere neofito, confermare nella fede ogni cristiano che vedea vacillante, e restituire così a Dio anime insidiate dal demonio. Finalmente, dopo che molte di tali anime ebbe salvate, e guidate al conseguimento della corona immortale, aperto mostrò qual fosse.
Soleva egli porgere quotidiani conforti a Marcelliano, e Marco illustri fratelli stati carcerati per essere cristiani; e tanto ad essi quanto a’ lor servi parimenti prigionieri porgea consigli di salutare fidanza, acciò, sprezzato ogni blandimento, non avessero ad impaurire del minacciato sperpero di lor corpi: avendo essi intrepidamente sostenute le percosse de’ carnefici, furono condannati a morte, colla condizione che, ove si fosser indotti a sagrificare, anche sotto il baleno della spada alzata a sgozzarli avessero a venir issofatto restituiti in libertà, alla famiglia, agli averi.
Que’ prigionieri erano chiari per nobiltà, per opulenza, nati da Tranquillino e Marzia, che non li lasciavano quietare, sussidiati dalle consorti, e dai figli di quelli; in conseguenza di che Agresto Cromazio prefetto di Roma si era indotto ad accordare ai condannati una proroga al supplizio, di trenta giorni, per vedere se fosse riuscito in quel tratto di tempo indurli a sagrifigare.
Eppertanto, un dì, fattasi intorno ai captivi una turba d’amici e parenti, cominciarono gli amici ad assalirli: Donde in voi sì pervicace proposito, sì ferreo petto da fare che vi mettiate sotto i piè la canizie miseranda del padre, la disperazione della vecchia madre? V’ebbe pur un giorno in cui dessa, nel partorirvi gemelli, ebbe a risentire duplicato lo spasimo che i nascenti infliggono alle madri; ed ora voi gliel rinnovate aumentato, or ch’essa paventa mirare spegnersi in voi le speranze, la gloria della sua vita, in voi, che mostrate piuttosto d’anelare al supplizio che di paventarlo. Date fine, amici, a cosiffatte angosce, e ricordandovi di essere figli, nemmeno dimenticate che natura e religione costituirono padri voi di soavissima prole.
Mentre gli amici insistevano così, sorvenne la madre col bianco crine disciolto, squarciata la veste sul petto, la quale tra’ lamenti fu udita dire: Intollerabil cruccio mi opprime, e inaudita sventura a niun’altra paragonabile, la perdita di due figli ad un tratto, perché lo voglion essi! Me li rapisser nemici, li seguirei tra le schiere dei combattenti: se capitale sentenza me li colpisse, violenterei il carcere per morire con loro: qual nuova foggia di perire è mai questa, mediante la quale il carnefice è invitato a ferire dalla vittima stessa! Insolito lutto, strana angoscia mi tocca saporare, mercé cui vedo de’ giovani rendersi elettivo il morire, de’ vecchi forzato il sopravvivere!
Mentre così sfogasi la madre, ecco il genitore grave d’anni, e, per infermità, sostenuto da due servi, col fronte cosparso di cenere, farsi avanti profferendo alla sua volta questi detti: Venni a salutare i figli incamminati alla morte, provveduto avendo che alla loro sepoltura sia in pronto tutto quanto io avea apprestato per la mia propria, fidata alla loro pietà. O luce degli occhi miei felicemente nati, prosperamente cresciuti, qual insania mai v’innamorò della tomba? Che gramo debitore, perseguitato da inflessibile usurajo, detesti la vita non me ne sorprendo, dacché niente lo induce ad amarla: ma perché s’indurrà a ripudiarla chi, trovandosi agiato di fortune, può procacciarsi ogni soddisfazione? Scioglietevi in lagrime occhi miei, e vestitevi di tenebre, acciò non vediate agonizzare quelli ch’io tremava, quando erano fanciulli, d’avere a lievemente percuotere di verghe, avvegnacché ogni lor menomo pianto mi rendeva inconsolabile.
All’antico genitore subentrarono le spose dei prigionieri, che scarmigliate, stringendosi tra le braccia lor pargoli: A chi siete voi per lasciarci, proruppero? Con qual ferrea empia crudeltà disobbedite a’ genitori, respingete gli amici, ripudiate le mogli, abbandonate i figli, voi medesimi profferendo a’ carnefici che vi sgozzino!
N. Semitecolo, “Due cristiani di fronte ai giudici” (1367);
sacrestia della cattedrale di PadovaMentre tai parlari facevansi tra’l pianto delle femmine, ed il garrire de’ bimbi, i soldati di Cristo sentironsi ammollire. Al qual commovente spettacolo trovavasi presente Sebastiano, che, scorgendo gli atleti della Fede dare segni di stanchezza per le lotte sostenute, si fece avanti, e disse: Campioni fortissimi, che con meravigliosa vigorìa già già afferrate la palma, consentirete a perderla per effetto di seduzioni infelici? Insegnate a’ Fratelli che la fortezza cristiana armasi più di fede che di ferro: non vogliate per blandimenti muliebri spogliare le insegne della vittoria; non consentite che il già superato avversario rialzi da terra il capo, e ritenti la pugna. Elevate a spese de’ vostri affetti terreni il glorioso trofeo del riportato trionfo, né permettete che lo atterrino pianti di bambini e di femmine. Tutti costoro che qui lagrimosi mirate vi applaudirebbero se sapessero ciò che sapete voi: reputano che vivere sia tutto, e che al morire del corpo l’anima non sopravviva: se sapessero che ci attende un’altra esistenza ignara della morte, a cui sono sconosciute le malvagità, consolata d’allegrezze eterne, certamente aspirerebbero a conseguirla, devenuti spregiatori della fugacità d’un incerto presente, che non serba fede nemmeno a’ suoi cultori più sviscerati. Essa è questa ignoranza che v’istiga, o venerabili genitori, a cercar di ritrarre con accese querimonie i vostri nati dal mercarsi gl’incorruttibili onori del cielo, l’amicizia eterna di Dio: questa ignoranza, o caste spose, v’induce, per mala compassione, a spingere i mariti a comprare una falsa libertà con una morte vera. Poniamo che vi si arrendano: dopo avere dimorato alcun tempo con voi, pur sarà fatale che vi abbandonino, non però così che non abbiate a ricongiungervi fra tormenti perpetui: su, coraggio! Non si separan essi da voi; vanno ad apparecchiarvi le paradisiache stanze, nelle quai godrete d’imperitura letizia con essi, e co’ figli. Se, dunque, gradisconvi le vostre case costrutte di sassi, quanto più denno piacervi magioni ove son trittici di oro, camere di gemme, la porpor della rosa non impallidisce mai, i boschi verdeggiano per eterna primavera, e rivoli perpetuamente scorrenti fertilizzano praterie perpetuamente fiorite! Ivi fragranze inesauste, ivi luce non appannata mai, ivi serenità senza nubi, a cui non sovrasta la notte. Non vogliate, dunque, o amici, o genitori, o spose di santi, i vostri cari da vita a morte ridurre, da gaudio a lutto sospingere, da lume a tenebre trasferire, da immortal requie a sempiterna angoscia tramutare; somigliereste demonii tentatori. Piacesi interrogarmi perché il Cristiano non tema tormenti e tormentatori? Perché sa che con brevi pene mercasi guiderdone perpetuo. Che se pure vogliamo spaventarci di supplizii, son essi più formidabili questi che infieriscono oggi, quietan domani, cui inizia un’ora, e un altr’ora termina, oppure quelli che non hanno fine, cui niuna remora tempera, niun prolungamento consuma? Conciossiaché il soffrire su questa terra, od è lieve, e lo sopportiamo, od è grave, e ne moriamo: le fiamme del crudo averno, serbate agli stolti amadori della vita presente, maggiori d’ogni nostro immaginare, già sarebbono per sé tremende, perché non cessono. Gli è contro questo deplorabil fine che dobbiamo mettere in guardia i nostri cari, e noi stessi. Non paventiamo transitorio patimento se ce ne provviene l’ottenimento di Cristo: consentiamo all’anima d’uscirci dal corpo decorata della palma: tramutiamo sino da questo punto le lagrime in riso, noi che abbiam fede nel regno venturo: amiamo, invochiamo il martirio, siccome quello che ci cava trionfanti di prigione, e, quasi svegli da grave sonno, ci apre gli occhi dell’anima per discernere l’insidioso abisso in cui ci voleva spingere il nemico, ed a cui sfuggimmo per lo ajuto di Dio; sicché mirando gli spiriti delle tenebre ripiombare nel baratro in cui lusingavansi trarci, n’abbiamo a sclamare col profeta: scavarono sibbene un abisso, ma per precipitarvi eglino stessi![3]
Così parlò Sebastiano in casa di Nicostrato cancelliere del pretorio, presso del quale Marcelliano e Marco giacevano prigionieri. A Nicostrato era moglie Zoe, per sopraggiunto morbo da sei anni muta; non però sorda, che anzi più attenta origliava ciò che là si diceva; eppertanto, comprese le parole di Sebastiano, ed ebb’egli appena finito il suo discorso, ch’eloquentemente gestendo, gli si gittò a’ ginocchi: conosciutala muta, ei la benedisse; in quel punto Zoe fu da tutti con istupore udita dire: Tu sei benedetto, o Sebastiano, e lo sono le tue parole, e coloro che per opera tua credono in Cristo Salvatore. Ti vidi, mentre parlavi, indettato da un angiolo: felice chi ti avrà fede! Sventurato chi dubiterà d’un solo de’ tuoi detti!
Nicostrato, scorgendo sì gran virtù di Cristo manifestarsi nella consorte, cominciò con domandare perdono d’avere tenuto prigioni, per comando degl’imperatori, Marco e Marcelliano; indi, scioltili dalle catene, li supplicò che se ne andassero: Me fortunato, sclamando, se avrò a soffrire per questo, e, lavato dal mio proprio sangue, riuscirò ad evitare quegli eterni tormenti; a conseguire quell’eterne mercedi che Sebastiano descrisse.
I Confessori risposergli: Se tu, che l’avesti finora, t’infiammi di fede così, dovremo noi, che del sovrumano dono godiamo sin da fanciulli, rinunziare alla palma ora che siamo presso a coglierla? Inesausta è la opulenza del Signor nostro Gesù, solito largire più di quanto gli si chiede. Per impensate vie eccoti giunto a lui, o Nicostrato, dacché aspirando al cielo già tieni a vile la terra: alla sua milizia non ti ascrisse peranco il lavacro battesimale, e già ti armi pel vero re, e già, liberando i soldati captivi, te stesso intrepidamente desideri sostituito a quelli nel supplizio che loro sovrasta.
Marco vedendo i circostanti lagrimar tutti pel pentimento delle tentatrici supplicazioni di testé: Sappiate, disse, teneri amici, cari genitori, dilette spose contrapporre all’attacco dei dèmoni lo scudo della vostra virtù: soldati valorosi non volgono al nemico le spalle in battaglia da cui sperano d’aver ad uscire vincitori: e perché paventeremo di morire, noi che crediamo malvagia vita essere la presente, ottima quella ventura che non sapremmo acquistare se non detestiamo la terra, maledicendone le tentazioni e le colpe?
Queste ed altre simili cose disse Marco; e gli astanti accordaronsi tutti a ringraziare Dio. Nicostrato e Zoe sovra tutti insistevano con dire: Non prenderemo cibo né bevanda prima che il mistero della Religione Cristiana non ci sia comunicato.
Rispose Sebastiano a Nicostrato: Comincia tu ad essere cancelliere non più del prefetto, ma di Cristo, e accetta un mio suggerimento. Chiama a te i custoditi in questo ergastolo; addurrò loro un ministro della nostra Legge santa; e i misterii di questa verranno da lui rivelati contemporaneamente a te e ad essi.
Nicostrato: La notizia delle cose sante può mai venir comunicata a ribaldi?
Sebastiano: Cristo venne al mondo per rialzare i caduti: se tu secondi le intenzioni di lui come io te ne richiedo, ne avrai un gran premio, la corona di martire.
Udito ciò, Nicostrato commise al suo scriba Claudio di addurgli i carcerati, e intanto Sebastiano corse a cavare dal suo nascondiglio il prete Policarpo, ragguagliandolo per via di quanto accadeva.
Trovatisi tutti radunati, prigionieri, confessori, e convertiti, Policarpo in entrare salutò lietamente ciascuno coll’evangeliche parole: Venite a me tutti che faticate, e vi sentite spossati, ch’io vi darò requie: pigliatevi in collo il mio giogo; imitate me che son mite ed umile di cuore; così troverete la pace; perché il mio giogo è dolce e leggero[4].
Sopravvenne lo scriba Claudio annunciando che la Prefettura si era commossa udendo, i prigionieri essere stati cavati dal carcere; e che il Prefetto chiamava a sé Nicostrato per avere spiegazione del fatto.
Si presentò Nicostrato al Prefetto, e gli disse: Per tuo comando fummi fidata la custodia di due cristiani: onde meglio atterrirli del sovrastante supplizio pensai di porli a contatto de’ rei che popolano le nostre carceri, acciò, se non si arrendono spontanei alle tue ingiunzioni, vi s’inducono impauriti dall’esempio lor posto sott’occhio.
Riuscì soddisfacente quella informazione al Prefetto, che rimandò Nicostrato dicendo: Provvederò che i genitori de’ condannati abbiano a largamente rimunerarti se riesci a restituir loro i figli.
Mentre tornava a casa in compagnia dello Scriba, il Cancelliere fecesi a raccontargli qualmente Sebastiano, amico degl’imperatori, però cristiano, era riuscito colla caldezza delle sue parole a corroborare nella Fede quelle anime, ed aveva restituita a Zoe la favella: dai quai mirabili annunzii colpito Claudio, e come fuori di sé: Della moglie defunta, sclamò, sonmi rimasti due nati, uno minacciato d’idrope, l’altro guasto da scrofole. Or fa che Sebastiano li visiti! Ché mi tengo certo, dacché ti sanò la moglie da sei anni muta, che, se vuole, può guarirmi i figli.
Ciò detto corse a casa, e i figli fe’ portar da Nicostrato, dove tuttavia stavano convenuti gli amici di Dio, a’ quali si volse con queste parole: Ogni dubitazione è in bando da me: credo con tutta l’anima Cristo, essere vero Dio; e vi adduco questi due cari pegni, sicuro che, la vostra mercé, si scioglieranno dalle infermità che li traggono a morire.
Que’ pii risposergli unanimi: Qui chiunque è infermo nel punto che si fa cristiano risana.
Dichiarando Claudio di voler esser cristiano, Policarpo invitò tra gli astanti coloro ch’erano disposti fare altrettanto di manifestarlo.
Primo a dare il nome fu Tranquillino padre di Marcelliano, e di Marco; indi gli amici della famiglia Aristone, Crescenziano, Eutichiano, Urbano, Vitale, e Giusto; indi Marzia, madre de’ condannati, Sinforosa moglie di Claudio, Zoe moglie di Nicostrato; indi Nicostrato col suo fratello Castorio, e Claudio co’ figli Felicissimo, e Felice; indi tutti gli schiavi dimoranti nella casa di Nicostrato maschi e femmine in numero di trentatre; ultimi, ma fervorosi ugualmente, sedici incatenati, stati cavati di carcere per consiglio di Sebastiano, e stati presenti a quanto ivi accadeva: sommarono sessantaquattro i battezzati da Policarpo, avendosi Sebastiano a padrino, e a matrine Beatrice e Lucina.
Appena i figli di Claudio, uno idropico, l’altro scrofoloso, ebbero tocca l’acqua purificatrice, e la invocazione della sacrosanta Triade fu pronunziata sui loro capi, così guariron di subito che niun’orma serbarono della sofferta infermità.
Il vecchio Tranquillino, che podagroso e rachitico, mentre veniva spogliato, accusava fiere fitte, interrogato da Policarpo se credea nell’unigenito figlio di Dio Gesù Cristo podestà di restituirlo in salute, e mondarlo delle sue colpe, rispose con voce alta credo: issofatto le sue mani e i suoi piè contratti si distesero, e in toccar l’acqua battesimale sclamò: Tu sei o Cristo, l’unico vero Dio, ignoto a questo misero mondo!
Ordinatamente furono tutti battezzati; e i sedici giorni che rimanevan ancora della proroga accordata ai condannati, spesero in comune pregando, salmeggiando, apparecchiandosi a combattere; ciascuno, vecchi, giovani, uomini, e donne reciprocamente incoraggiandosi ad affrontare l’imminente martirio.
Tranquillino e Policarpo catechizzano Cromazio.
Incisione di Wenzel
Decorsi i giorni della proroga, Agrestio Cromazio prefetto di Roma chiamò a sé Tranquillino, e lo richiese de’ figli: Non ho sermone che basti, rispose il vecchio, per ringraziarti; avvegnacché, se, per la tua moderazione non fosse stata differita la esecuzione della sentenza, io avrei perduti i miei nati, essi non avrebbono più genitore: a morituri lasciasti la vita, ad agitati restituisti la calma, ed a pericolanti la sicurtà.
Il Prefetto, pensadosi che i prigionieri intendessero piegarsi a sacrificare, disse a Tranquillino: Adducimi i figli acciò compiano il rito, indi se ne vadano liberi.
Tranquillino: Illustre signore, se ti degnassi pensarvi su alquanto ti capaciteresti nella qualità di cristiano accogliersi grande autorevolezza.
Il Prefetto: Che di’ tu mai?
Tranquillino: Fui un mentecatto sinché non credetti in Cristo, a cui debbo la salute del corpo, e quella ancora dell’anima.
Il Prefetto: Mi avvedo d’avere accordata proroga agli scellerati tuoi figli, non perché tu li richiamassi dall’errore, ma perch’essi ne’ proprii lacci irretissero te…
Trquillino: Pel tuo decoro disamina se questo sia il caso di parlare d’errore; considera quali opere voglionsi disonorare con questa qualifica.
Il Prefetto: Dimmi tu piuttosto in che cosa consiste l’errore.
Tranquillino: Segno d’errore è abbandonare la via della vita per appigliarsi a quella della morte.
Il Prefetto: Qual è la via della morte?
Tranquillino: S’incammina a morire chi dà nome di Dei ad uomini defunti, e ne adora la effigie.
Il Prefetto: Dunque non sono Dei gli adorati da noi?
Tranquillino: Certo che non si vogliono tenere in conto di Dei persone di cui ci sono noti delitti e mal fine. Prima che Saturno cretese mangiasse i figli v’era Dio in Cielo: le leggi quiritiche danneggerebbero all’ultimo supplizio chi ripetesse certi fatti de’ tuoi Numi; negalo se puoi, illustre uomo: ripudiato l’Onnipotente, tu bruci incenso ad un sasso foggiato a rappresentare… chi mai? Un ribaldo.
Il Prefetto: Se sta bene onorare di culto pubblico chi profonde benefizi a’ mortali, che ne dici del Sole mercé cui germina fecondata la Terra e senza del quale ci difetterebbero calore e vita?
Tranquillino: Bada, ché cadesti in error grossolano. Se mandi alcun tuo schiavo che consegni ad un amico ciò di cui questo ti richiese, riderai forte se l’amico ringrazierà lo schiavo portatore in cambio di te datore. De’ cereali che ci giugnon a Roma per isfamarci vogliamo professar gratitudine a’ navigli che ce li apportarono, od ai re d’Oriente che ce li tributarono? E quanto maggior debito ci corre di rendere grazie all’unico Dio, al cui cenno servono gli elementi, e il Sole stesso sorge e tramonta!
Il Prefetto: Comprend’ora che domandasti la proroga non per tentare che rinsavisser i figli, ma per aver agio di prepararti a sciorinare queste tue senili studiate novelle.
Tranquillino: Non meditano i Cristiani ciò che dinanzi a’ giudici denno dire, o fare; avvegnacché Dio ne li premunì dicendo: ogniqualvolta vi troverete tradotti al cospetto delle podestà della Terra, per cagion mia, non ventilate tra voi che cosa vi convenga dire, e il modo di dirlo: vi sarà in quell’istante divinamente suggerito il conveniente sermone, né sarete voi che parlerete, ma parlerà per vostra bocca lo Spirito di Dio[5]. Quanto a me, o Agrestio, non collo studio ma colla fede mi accadde trovare la verità: podagroso e rachitico appena l’ho intravveduta tornarommi sciolte le membra come a sano fanciullo.
Il Prefetto: Ignori, Tranquillino, come divampi lo sdegno degl’invitti principi contro il nome cristiano, tu che movi così securo per quelle vie proscritte?
Tranquillino: Stolta paura è temere più la collera umana che la divina. Dimmi di grazia se abbajànti cani ti circondassero in frotta, farebbonti dimentico, per lo sgomento, che tu sei uomo, ed essi son bruti? Così n’adopriam noi quando infierisce a nostro danno la rabbia dei persecutori: possono minacciarci, infliggerci ingiusti supplizi; non saprebbono svellerci dal cuore la fede in Gesù Cristo redentore, ristoratore del genere umano.
Il Prefetto riconsegnò Tranquillino al Cancelliere dicendo: Lo ascolterò alla prima sessione; ma scesa la notte, fecelo da capo a sé venire, e gli profferse assai danaro se gl’indicava il metodo di cura mediante il quale avea riacquistata la sanità.
Tranquillino: Sappi che formidabile impende la collera di Dio su chi mercanteggia le sue grazie: epperciò, se vuoi guarire della podagra, credi che Cristo è Figlio di Dio, e risanerai al pari di me.
Il Prefetto: Adducimi il tuo medico: se mi promette guarigione è possibile che mi ascriva cristiano.
Tranquillino, andato al santo prete Policarpo, gli riferì quanto era stato detto e fatto; condottolo quindi in casa del Prefetto, glielo presentò nascostamente (Sebastiano era presente al colloquio).
Il Prefetto: Benché grave sia lo sdegno de’ principi contro i Cristiani, la speranza di guarire mi spinge ad offrirti la metà del mio patrimonio se mi disciogli le giunture dalla nodosità che le tormenta.
Policarpo sorridendo: Può senza retribuzion di mercede il mio Signor Gesù Cristo dissipare le tenebre della tua ignoranza, e, per giunta sanare il tuo fisico.
Il Prefetto: Dimmi che cosa debbo fare a tal uopo.
Policarpo: Credere, come ha creduto Tranquillino.
Il Prefetto: Spiegamene la maniera.
Il beato Policarpo lo catechizzò, e gli prescrisse digiunare tre giorni; associatosi Sebastiano, spese quel triduo digiunando ed orando: venner indi al Prefetto che loro dichiarossi fidente in Cristo, e speranzoso di guarire: a dimostrazione del suo buon volere chiamò a sé l’unico figlio Tiburzio, e chiese anche per lui l’ascrizione cristiana.
Sebastiano: Bada che non t’induca a volere diventare cristiano unicamente la brama di risanare: devi precipuamente desiderare di mondare l’anima mercé l’aspirazione alla vita eterna, e il conoscimento della verità: se il tuo proposito è indegno di Dio, e non collochi in cima a tutto la brama di conoscerlo, non conseguirai ciò che cerchi.
Il Prefetto: Noverate tra’ vostri una moltitudine tale di semplici e rozzi che appena ve n’ha uno su mille il qual sappia ornatamente parlare: come poterono quest’idioti applicarsi a quella ricerca del Vero che occorre per essere cristiani?
Sebastiano: Questa tua obiezione torna a conferma del Cristianesimo; perciocché sin dalla origine del mondo Dio confabulò con agricoltori, e pastori; e quando i tempi predestinati furono maturi[6], non si elesse ministri grammatici o retori, ma pescatori.
Il prefetto: Perché, dunque, mi dicesti dover io collocare in cima ad ogni mio desiderio quello di conoscere Dio, senzadiché non avrò salute del corpo, né dell’anima?
Sebastiano: Perché adorasti numi dei quali se non iscacci il culto dal cuore, e le immagini dalla casa, non otterrai né la vita dell’anima né la guarigione del corpo.
Il Prefetto: Orsù mi spiega chi sia e quale l’unico vero Dio.
Sebastiano: Lo schiavo che mandi ad attinger acqua, pria di calare il secchio nel pozzo guarda s’è mondo, ned oserebbe servirsene se lo scernesse imbrattato. Potrò io guidarti alla fonte della Verità, invitandoti ad attingervi, se pria non ti veggo mondato da ogni squallidezza e bruttura idolatra?
Il Prefetto: E come riuscirò a mondarmi?
Sebastiano: Consentendomi raccorre quant’idoli popolano la tua magione, bruciando que’ di legno, polverizzando i marmorei, fondendo gli argentei, e gli aurei per largirne il prezzo a poveri.
Il Prefetto: E qual vantaggio mi proverrà, caso che segua il tuo consiglio?
Sebastiano: Risanando comprenderai che gli Dei da te finora adorati non ti erano benigni, mentre il nuovo Dio che invocasti ne agì teco da benefattore, da padre.
Il Prefetto: Ecco che comando a’ miei schiavi di spezzare gl’idoli.
Sebastiano: Se costoro spezzandoli saranno timidi, negligenti, incresciosi, i demoni potranno far loro qualche mal giuoco, e poi si dirà che a tribolarli e punirli furono gli Dei: mal si guarda da saettìo chi non è loricato: scudo ed asta sicurano il soldato, sicché muove intrepido, né saprebbe indietreggiare. Così coloro cui fende lo scudo della Fede[7], e che procedono coverti della lorica di Cristo scendono sicuri alle battaglie, pugnano, e vincono, perché la Fede li ripara da ogni parte, come guerriero catafratto di ferro.
Il Prefetto: Sia fatta la volontà di Dio e tua.
Allora Policarpo e Sebastiano premunitisi coll’orazione spezzarono da dugento idoli, indi resero grazie al Signore.
Sebastiano al Prefetto: Ora che gl’idoli sono spezzati, tu dovresti sentirti sano: nol sei peranco? Dunque qualche infedeltà tuttavia si cela negli avvolgimenti della tua anima: ce la palesa per lo tuo meglio.
Il Prefetto: M’ho un sacrarietto astrologico di vetro, nel quale con artifizio meccanico, guidato da calcoli matematici, rendesi ragione degli astri, e di lor moti. Tarquinio mio padre spese a metter assieme quella meraviglia dugento libbre d’oro.
Sebastiano: La si dee frangere.
Il Prefetto: Perché mai? Calcoli ed efemeridi non hanno rapporti con riti, né so vedere parte alcuna di culto nel tener dietro alla successione de mesi, alle fasi della luna, allo avanzarsi od arrestarsi del sole.
Policarpo: I segni impressi su questa macchina son di nemici di Dio, il Capricorno, il Sagittario e così via: ivi son mostruose favole destinate ad illudere, bugie in sembianze di verità.
Il Prefetto: Forseché non annunziano talora il futuro?
Sebastiano: Cristo ci rivelò che sono fantasime, ed io ti vo’ convincere ch’effettivamente sono tali. Gl’indovini col mendacio di loro artifizii secondano, carezzano le inclinazioni che scovron nei creduli: se ciò che annunziano si verifica, se ne attribuiscono il merito; in caso diverso, accagionano della patita sconfitta la prevalente necessità delle cose: ciò che vi ha di vero si è, che ignorano il futuro: alcuni nati in varii tempi affondarono in un comune naufragio: d’altri nati lo stesso dì, la stessa ora, questi trapassarono mendici, quelli ascesero troni: svanirebbe la lode dei giusti, la punizione de’ malvagi se fosse fatale che crescessero necessariamente tali. In quanto a te non riputare lieve segno la continuazione del tuo male: se tu fossi propriamente netto d’ogni superstizione stillata nel tuo spirito dal nemico degli uomini, a quest’ora la verità e la grazia avrebbono in te lampeggiato.
Il Prefetto: Non può non essere vero Dio quello che conta cultori simili a voi; conciossiaché il vostro dire è così ricco d’evidenza e di prove, che i greggi stessi assentirebbono a quanto sponete, per poco che lo compredessero. Eppertanto, affinché ciò ch’io aveva tenuto in serbo ad ornamento della magione non riesca d’ostacolo alla mia salute presente e futura, farò che il meccanismo astrologico immediatamente si strugga.
Tiburzio: Peccato struggere quel capolavoloro! Propongo si apprestino arroventati due forni; e quando il vitreo sacrarietto sarà stato franto, se il padre non risana, vengano gettati entro que’ forni i malaugurati suggeritori dello sperimento.
Respinse Cromazio il consiglio: Sebastiano e Policarpo insistevano che si approntasser i forni. Fu spezzato il meccanismo: il podagroso risanò, e gettatosi col figlio a’ piedi de’ Santi sclamarono: Vi riconosciamo quai ministri di Gesù Cristo figlio unigenito dell’Onnipotente!
Sebastiano: Tu mi vedi o Cromazio, indossare le assise di capitano della prima coorte pretoria: di questa clamide mi giovo per corroborare i timidi, per confermare i vacillanti contro le minacce e i tormenti nelle battaglie della Fede: troppo sei collocato tu alto per poterti sottrarre agli spettacoli, od assentare dai tribunali: ti fa credere malato: domanda un successore, e sciolto da ogni cura mondana, iniziati all’aspettazione della vita avvenire divenuto figlio di eterno genitore.
Con quali termini sarà possibile significare degnamente la fede accesa del catecumenato in aspettazione del battesimo? Interrogato se credeva, rispose credo, se ripudiava gl’idoli ripudio, se rinunziava a peccare, focosamente sclamò: Avresti dovuto domandarmelo avanti entromettermi in questo santuario del re dei cieli. Non peranche battezzato mi sciolgo da ogni laccio profano, perdono a chiunque mi offese, restituisco quanti chirografi tengo a tutti i miei debitori, provvederò di restituire checché io mi possa avere dello altrui. Sgropperò ogni laccio insidioso della mia vita publica e della privata, rinunzierò alle seduzioni del demonio, alle tentazioni de’ piaceri.
Policarpo: Te beato cui l’acqua battesimale troverà già diventato vincitore di tutte le brutture, che, immergendotivi, déi promettere di detestare e fuggire!
Tiburzio a Cromazio: Pieno di affari, o padre, ti decidi ad abbandonarli per occuparti della salute della tua anima; io che non mi ho affari tranne il lievissimo di avviarmi, studiando, al Foro, rinunzio al Foro di gran cuore; in cambio di patrocinare cause d’interessi pecuniarii divenuto cristiano, provvederò al massimo intento della mia redenzione e dell’altrui.
Abbracciollo Sebastiano, e, battezzandol Policarpo, gli fu padrino. Anche Cromazio scistosi da ogni impegno assaggiò la battesimale novità; e mille quattrocento schiavi tra maschi e femmine, che possedeva, d’egregii doni fe’ lieti, massime di quello della libertà, dicendo in largirlo: non convenire a chi riconosce padre Dio trattenere in condizione di schiavi uomini simili a sé.
Sedea papa a que’ giorni Cajo personaggio di gran prudenza e somma virtù: sinché avevano regnato associati Carino[8] e Diocleziano, la persecuzione de’ Cristiani non aveva inferito, perché Carino contava amici tra gli ascritti a quella religione; poich’ei fu spento a Margo, il fuoco pria latente, divampò sì violento che a niuno era permesso comprare o vendere checchesifosse se non ardeva incenso ad idoletti locati nel mercato: così pure presso le fontane stavano guardie che non lasciavano attinger acqua se pria non n’era fatta libagione agli Dei. Per suggerimento di Cajo il palazzo di Cromazio si empì di Cristiani, a’ quai non era quivi mestieri arder incensi o libare. Infuriando sempre più la persecuzione, e dubitando Cromazio che della propria conversione non potesse rimanere celato più oltre il segreto se fosse rimasto in città, ottenne dall’imperatore, adducendo motivi di salute, licenza di trasferirsi al lido campano, ove teneva vasta possidenza territoriale; e a quanti neofiti gli erano dimestici fe’ copia di seguirvelo.
Nacque allora disputazione tra Sebastiano, e Policarpo qual d’essi dovesse rimanere e qual andarsene. Intervenendo nella controversia il venerando Papa disse: Se assecondate, o figli, la spinta che vi manda difilati al martirio, private di soccorritori e di guide il popolo di Dio; e perciò mi è avviso che tu, o Policarpo, sacerdote zelantissimo, e sapientissimo, abbi ad accompagnare chi parte, per confortare i credenti e confermare i dubbiosi.
La Domenica, celebrati ch’ebbe i santi misteri, Cajo si volse ai Fedeli assembrati nella magione di Cromazio dicendo: Il Signor nostro Gesù Cristo, consapevole della fragilità umana, costituì due gradi di credenti confessori e martiri, que’ primi che schivano senza viltà una tenzone che dubitano minacciosa alle proprie forze, o inopportuna alle proprie circostanze; i secondi che l’affrontano e la combattono ad oltranza: sono due enere voli schiere, che ora si devono separare, una per ricoverare alla campagna con Cromazio e Tiburzio, l’altra per rimanere in città con me. Non ci dividerà grande intervallo: ci associa la grazia di Cristo: non ci accorgeremo tampoco d’essere separati, dacché ci abituiamo a vederci cogli occhi dell’anima.
Sclamò Tiburzio: Ti scongiuro o vescovo dei vescovi di non permettere ch’io volti le spalle ai persecutori: èmmi giocondo e desiderabile, non una sola ma mille volte dare la vita pel vero Dio: son ansioso di conseguire ciò che niun mi possa indi tôrre, né sia per finire col tempo.
Cajo gli si arrese lacrimando per la commozione: eppertanto rimasero col Papa Marcelliano, e Marco col padre loro Tranquillino, il beato Sebastiano, il bellissimo e fortissimo giovine Tiburzio, Nicostrato col fratello Castorio, e la moglie Zoe, e infine lo scriba Claudio col fratello Vittorino, e il figlio Sinforiano, il liberato dall’idropre. Cajo insignì Marco, e Marcelliano del diaconato, Tranquillino del sacerdozio: Sebastiano, che a pro di molti celavasi sotto la militare assisa, dichiarò protettore della Chiesa, gli altri benedisse suddiaconi. Furono in sin qui mentovati i soli che non accompagnarono Cromazio in Campania.
Questi rimasi, non trovando altro nascondiglio nel qual appiattarsi, convennero presso Castulo cristiano, ch’era maggiordomo del palazzo imperiale, e vi aveva propria disposizione le soffitte: niuno sarebbesi pensato mai di cercare là i proscritti: ed essi dì e notte pregavano ferventemente il Signore che non li defraudasse della palma del martirio. Salivan a visitarli i cristiani per impetrare colla loro intercessione le grazie di cui bisognavano; e, così, ciechi ricuperavano la vista, infermi la salute, ossessi liberavansi dai demonii.
Accadde un dì a Tiburzio di scontrarsi per via in uno, che, precipitato da grande altezza, giaceva sconquassato e franto delle membra, sicché non pareva restar altro a fare per lui che provvederlo di sepoltura appena fosse spirato. Ai parenti che gli piangevano intorno: Permettete, disse, ch’io gli sussurri all’orecchio alcunché; forse n’avvantaggerà la sua salute.
Si ritrassero alquanto; ed ei recitò su quel lacerato corpo la Orazione Domenicale, e il Simbolo Apostolico: quando ebbe finito l’agonizzante si alzò in piena salute. Tiburzio partivasi: gli tenevano dietro i parenti pregandolo si prendesse ogni loro avere, dacché lor avea salvato l’unico figlio.
Tiburzio: Non io sono per accettare queste vostre profferte; ma seguite un mio consiglio, e mi avrete rimunerato abbastanza.
I parenti: Se ci vuoi schiavi tuoi lo saremo; non ti contraddiremo in nulla.
Santa Zoe
Tiburzio li tirò in disparte, e rivelò ad essi la efficacia del nome di Cristo: trovatili ben disposti li condusse a Cajo: Venerabil papa, dicendo, eccoti ciò che oggi ho lucrato a Cristo, anime buone, in cui la Fede somiglia ad arbusto che dà frutti pria che fiori! E Cajo, ringraziandone Dio, battezzò il giovine risanato, e i suoi genitori.
Troppo ci vorrebbe a tener dietro narrando a tutto quanto di meraviglioso e benefico operaron que’ Santi onde ci condurremmo ad esporre come ciascun di loro conseguisse la palma sospirata.
Zoe, sorpresa mentre il giorno di san Pietro orava sul sepolcro del Principe degli Apostoli, fu menata al preside del rione della Naumachia il quale le intimò d’incensare una statua di Marte collocata nell’aula.
Rispose Zoe: Sicurata nella virtù di Gesù Cristo disprezzo te, e il tuo nume del pari.
Il preside la fe’ serrare in orrida, tenebrosa prigione, e ve la lasciò cinque giorni senza cibo: i carcerieri udivanla laggiù continuamente cantare: al sesto dì ne la cavarono, l’appesero per le chiome ad un tronco d’albero, e le accesero al disotto un fuoco di paglia, dal cui fumo restò soffocata[9].
Un sogno rivelò a Sebastiano quel martirio; e ne rese edotti i fratelli. Proruppe Tranquillino: Ci precedono femmine a conseguir la corona! A che viviamo omai? E al compiersi dell’ottava di san Pietro, palesatosi anch’egli orante sulla Confessione di lui, vennevi ucciso a sassate, e il suo corpo fu gettato nel vicino Tevere[10].
Nicostrato e Castorio, con Claudio, Vittorino, e Sinforiano, mentre si aggiravano in riva al fiume cercandovi corpi di martiri che v’erano stati affogati, furono presi e condotti a Fabiano preside della città che li trattenne dieci giorni speranzoso d’indurli a sagrificare: conosci utili irremovibili, ne riferì all’imperatore, da questo dannati a venire precipitati in alto mare; e così conseguirono la palma desiderata[11].
Intanto un certo Torquato si era insinuato presso Cajo fingendosi cristiano; er’apostata: redarguito da Tiburzio perché si faceva acconciare il ciuffo dal parrucchiere, si mostrava ghiotto di buoni bocconi, e della preghiera schifo, ammonito per questo, ripeto, da Tiburzio, lo denunziò sotto mano, e fecelo arrestare dai birri del pretorio, sé stesso facendo arrestare con lui, per dare la polvere negli occhi.
Il Prefetto, a cui furono menati, interrogò primo il traditore: Come ti chiami?
Ei rispose: Torquato.
Il Prefetto: Di qual religione?
Torquato: Cristiana.
Il Prefetto: Ignori i decreti del principe?
Torquato: Costui (additando Tiburzio) mi è stato maestro; presi ad imitarlo.
Il Prefetto a Tiburzio: L’udisti?
Tiburzio: È un pezzo che Torquato si finge cristiano, mal sopportando la virtù del santo nome. Ghiotto, effeminato, ei non saprebbe’essere uno dei nostri. Cristo non si degna ascrivere tra’ suoi servi cosiffatti appestati. Ei si dice mio imitatore: ponilo alla prova e vedrai che mentisce.
Fabiano: Ti diporterei da savio, o Tiburzio, se, provvedendo alla tua salvezza, obbedirai ai decreti imperiali.
Roma, Basilica di santa Prassede: la cripta dei martiri
Tiburzio: T’inganni: io provvedo egregiamente al mio meglio disprezzando i tuoi numi, e proclamando Dio il mio Signor Gesù Cristo.
Torquato: Non solamente costui è crudele a sé stesso, ma tira altri a perdizione, persuadendo loro gli Dei esser demonii, né desistendo dalle malìe che opera dì e notte co’ suoi compagni.
Tiburzio: Terribile è l’ira divina contro i falsi testimonii. Costui, illustre signore, a sfogo della propria nequizia, si affratellò coi cristiani, si finse un di loro per tradirli, ed eccolo che ci denunzia, cerca d’irritarti contro di noi, ti porge il ferro con cui trafiggerci. Conosciamo le tue sanguinarie disposizioni, ma sappi ch non ci atterriscono; perché, se c’intimi l’esiglio, siamo filosofi, a’ quali è patria il mondo; se ci mandi al supplizio, ella è la vera libertà che ci dai: più paurose fiamme ci abituammo a combattere di quelle del rogo, le fiamme, de’ nostri mali appetiti.
Fabiano: Torna ad essere ciò che natura, non ciò che fanatismo ti vuole: nobilmente nato scivolasti nel fango, e ti soprasta l’infamia di capitale condanna, mentre non vi ha onorificenza a cui potresti aspirare.
Tiburzio: Sapientissimo invero! Perché non voglio adorare Giove adultero, Venere meretrice, Mercurio ladro, Saturno mangiatore de’ figli, sono di disdoro alla mia prosapia, al mio nome! Mi s’intima supplizio perché adoro l’unico Dio ch’è regnante in Cielo!
J. Wilpert, ricostruzione del sepolcro dei SS. martiri Marco e Marcelliano
Fabiano fe’ cospargere il pavimento di accesi carboni, ed intimò a Tiburzio di camminarvi su: Tiburzio colle nude piante calcolli, e pareva passeggiasse su fiori.
Tiburzio: Vedi il potere del mio Dio? Immergi tu la mano in bollente acqua invocando il tuo Giove, e men dirai novelle. Io calpesto, invocando Cristo, i tuoi carboni che mi somigliano rose.
Fabiano: Niuno ignora, delle arti magiche Cristo esservi stato maestro.
Tiburzio: Non contaminare o sciagurato, colle tue labbra impure quel santo e dolce nome!
Fabiano sdegnato pronunziò questa sentenza: Bestemmiatore della religione, ingiuriatore della giustizia. Tiburzio sia messo a morte. Fu tradotto al terzo miglio, ed ivi ucciso d’un colpo di spada[12].
Curò quindi Torquato che Castulo maggiordomo del palazzo imperiale, asconditore di cristiani, venisse preso pur esso; il quale, interrogato, e glorioso dell’appostagli colpa, venne mandato ad essere sepolto vivo sotto una frana d’arena in una cripta suburbana[13].
Venne il turno di Marcelliano e Marco, ambo inchiodati ad un palo, ai quali disse Fabiano: Rimarrete così confitti sinché non vi arrenderete ad onorare gli Dei.
Essi dal palo comune gli risposero: Cosa buona e gioconda è la riunione dei fratelli[14].
Fabiano: Non risanerete mai dalla vostra pazzia testarda?
Marco: Niun banchetto giammai ci riuscì più gradito di questo supplizio che c’infliggesti: per quanto era in te ci hai inchiodati nell’amore di Cristo, e ti supplichiamo di lasciarci qui spirare associati.
Trascorsi un dì e una notte ch’essi non ismettevano dal salmeggiare ed inneggiare, Fabiano li fece finire a colpi di lancia[15].
Cadde in mente al Prefetto di mentovare Sebastiano all’imperatore, che lo chiamò e gli disse: Ti collocai tra’ maggiori della mia corte; sarebb’egli vero che tu fossi celatamente cristiano?
Sebastiano: Per la tua incolumità, o Diocleziano, e per la prosperità dell’impero non ho mai ristato dall’invocare Cristo ch’è ne’ cieli, da me sempre adorato, a preferenza de’ tuoi dii di sasso e di metallo.
Diocleziano lo fece immediatamente denudare e collocare bersaglio ad una centuria d’arcieri. I dardi lo coversero per modo che somigliava un istrice. Lasciato per morto Irene vedova del martire Castulo ne raccolse il corpo per seppellirlo: avendolo trovato vivo lo trasferì nelle soffitte ove in pochi giorni risanò. Scese allora lo scalone d’Eliogabalo nel punto che lo salivano gli Augusti[16], e standosene immoto nel mezzo di quello, gli affrontò e disse: I vostri pontefici iniqui vi sobillano che i Cristiani sono nemici dell’Impero, mentre, per lo contrario, non vi avete sudditi più fidi.
Diocleziano fissandolo in viso: Sei tu propriamente Sebastiano, che mirai trafitto nell’ippodromo?
Sebastiano: Son quello. Il mio Signor Gesù Cristo risuscitommi acciò io protesti in faccia vostra, o Principi, contro la ingiustizia della persecuzione della quale faceste segno i cristiani.
Diocleziano lo fé trascinare novamente nell’ippodromo, ed ivi morire a furia di battiture; indi ordinò che il cadavere fosse celatamente gettato nella Cloaca Massima, acciò riuscisse impossibile ai cristiani di trafugarlo.
Alla pia matrona Lucina apparve in sogno Sebastiano commettendole di trasferire il suo corpo dalla Cloaca alle catacombe; lo che fec’ella felicemente. Pochi anni dopo, conseguita ch’ebbe la Chiesa sotto Costantino la pace, la beata Lucina eresse sulla sepoltura del martire la Basilica dedicata al suo nome, che tuttodì vi si vede.
Da: Conte TULLIO DANDOLO, Roma Cristiana nei primi secoli, vol. II – Martiri, Assisi 1866, 135-159.
Al Vespro – Stikirà prosomia. Tono 1
Col rosso del tuo sangue prezioso, o martire, ti sei preparato una porpora di gran pregio: di essa rivestito dimori realmente negli eccelsi reami, presso Dio, Re dell’universo: pregalo, dunque, perché siano donate alle anime nostre la pace e la grande misericordia.
Sebastiano, Zoe, Marco e Marcelliano insieme a Tiburzio hanno lottato insieme, sopportando le violente ondate delle pene: ed ora hanno preso dimora nel divino riposo senza affanno, dove intercedono perché siano donate alle nostre anime la pace e la grande misericordia.
Martiri invitti, lasciando alla terra ciò che è della terra, siete fuggiti ai cieli, fatti belli dai segni delle vostre ferite e splendidamente adorni, o beati, dei sacri patimenti. Intercedete dunque, perché siano date alle anime nostre la pace e la grande misericordia.
Tropario – tono 1
O Sebastiano, disprezzando le assemblee dei malvagi, hai raccolto i sapienti martiri che con te hanno abbattuto il nemico; degnamente e in piedi davanti al trono di Dio, si rallegrano coloro che gridano a voi: Gloria a Colui che vi ha dato forza! Gloria a Colui che vi ha concesso una corona! Gloria a Colui che attraverso di voi opera guarigione per tutti!
Kontakion – tono 4
Eccellendo nel divino zelo, hai raccolto un gruppo di martiri tra cui hai brillato come una stella. Le frecce che ferirono il tuo corpo, o Sebastiano, hanno trafitto il cuore del nemico. Perciò Cristo ti ha glorificato!
Cripta della Basilica di san Sebastiano fuori le mura in Roma, dove è ubicato l’originario sepolcro del santo
e l’attuale sepolcro ove sono custodite le reliquie del santo, sormontato dalla effigie barocca, opera di G. Giorgetti.
Immagini:
http://www.oca.org/FSlives.asp
http://bode.diee.unica.it/~giua/SEBASTIAN/PICS/semitecolo.jpg
http://it.wikipedia.org
http://www.comeandseeicons.com/s/inp155.htm
http://www.orthodoxchristian.info/pages/St_Sebastian.htm
http://bode.diee.unica.it/~giua/SEBASTIAN/PICS/anon-santo-apollinare.jpg
[1] Si tratta delle diciassette coorti pretorie, che costituivano la guardia personale degli imperatori; la prima era tenuta in molto onore, e chi ne era al comando primeggiava tra gli ufficiali di quel corpo.
[2] A Roma la clamide purpurea era l’insegna riservata al comandante supremo dell’esercito.
[3] Salmo 56, 7.
[4] Matteo 11, 28-30.
[5] Matteo 10, 18-20.
[6] Galati 4, 4.
[7] Efesini 6, 16.
[8] Marco Aurelio Carino (257 – Mesia, luglio 285) è stato un imperatore romano (283-285). Figlio maggiore di Marco Aurelio Caro, regnò assieme al padre prima come cesare poi come augusto col fratello Numeriano. Alla morte di Caro e di Numeriano, si scontrò con l'esercito guidato da Diocleziano nella battaglia del fiume Margus, in Mesia, dove trovò la morte per mano dei propri uomini (wikipedia).
[9] Le sue reliquie, insieme a quelle di molti altri martiri, furono traslate da papa Pasquale I nella basilica di santa Prassede in Roma, dove sono venerate nella cripta. I Romano-Cattolici la ricordano il 5 luglio.
[10] Il Martirologio Romano lo ricorda il 6 luglio: A Roma il natale di san Tranquillino Martire, padre dei santi Marco e Marcelliano, il quale convertitosi a Cristo per la predicazione di san Sebastiano Martire, dal beato Policarpo Prete fu battezzato, e da san Caio Papa fu ordinato Sacerdote. Nel giorno dell'Ottava degli Apostoli, mentre faceva orazione presso la confessione del beato Paolo, ivi, sotto l'Imperatore Diocleziano, fu preso dai pagani, e, da essi lapidato, compì il martirio. Le sue reliquie sono custodite nell’altare della cripta dei SS. Cosma e Damiano di Via Sacra in Roma.
[11] La loro memoria è celebrata il 7 luglio.
[12] Il Martirologio Romano lo ricorda l’11 agosto: A Roma, ad Duas Lauros, il natale di san Tiburzio Martire, il quale, sotto il Giudice Fabiano, nella persecuzione di Diocleziano, poiché, camminando a piedi nudi sopra carboni ardenti, confessava Cristo con maggior costanza, fu fatto condurre fino a tre miglia fuori di Roma ed ivi uccidere con la spada. Il suo corpo fu deposto nel cimitero dei santi Pietro e Marcellino sulla via Labicana. Parte delle sue reliquie si trovano nell’altare della chiesa di S. Apollinare in Roma.
[13] Il Martirologio Romano lo ricorda al 26 marzo: A Roma sulla via Labicana, san Cástolo, martire. Le sue reliquie, insieme a quelle di molti altri martiri, furono traslate da papa Pasquale I nella basilica di santa Prassede in Roma, dove sono venerate nella cripta.
[14] Salmo 132, 1.
[15] Il Martirologio Romano li ricorda il 18 giugno: A Roma, sulla via Ardeatina, il natale dei santi Martiri Marco e Marcelliano fratelli, i quali nella persecuzione di Diocleziano, dal Giudice Fabiano presi e legati ad un tronco, furono trafitti nei piedi con acuti chiodi, e perché non cessavano di lodare Cristo, furono trapassati con lance nei fianchi, e colla gloria del martirio passarono al regno celeste. Le loro reliquie sono in parte custodite nell’altare della cripta dei SS. Cosma e Damiano in Via Sacra, e in varie altre chiese di Roma.
[16] gradus helagabali (i gradini di Elagabalo): si identificano, forse, in un tempio Romano sul versante orientale del palatino (wikipedia).